Agi China 24
2014-03-31 Matisse

IL VERSO È CAMBIATO

IL VERSO È CAMBIATO


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Milano, 22 apr. - Un altro reportage dal Boao Forum 2014 (si veda precedente post di questo mio blog).

 

In quasi tutte le sessioni alle quali ho partecipato ho sentito gli speaker stranieri chiedere chiaramente e fortemente che la Cina vada a investire nei loro Paesi.

 

Gli Europei (prevalentemente inglesi e francesi) hanno chiesto, quasi supplicato, di comperare le aziende europee in difficoltà, ma piene di tecnologia che i “muscoli cinesi” (sic) potrebbero valorizzare in tutto il mondo.

 

Gli Indiani hanno chiesto di investire nelle loro infrastrutture di cui hanno grande bisogno.

 

I Brasiliani hanno chiesto la stessa cosa.

 

Perfino gli Statunitensi hanno chiesto di investire nelle loro infrastrutture sia logistiche (strade, ponti, ferrovie e aeroporti) che stanno andando in malora, sia nelle infrastrutture di trasporto dello shale gas.

 

Secondo Wang Boming – Editor-in-Chief della rivista Caijing (la Fortune cinese) la Cina ha investito all’estero, nell’ultimo anno, 100 miliardi di dollari. Ha però disponibile un paio di trilioni di dollari cash da investire all’estero. Almeno 500 miliardi – sempre secondo Wang Boming - saranno investiti nei prossimi due o tre anni.



22 aprile 2014

UN’AFFERMAZIONE RIVELATRICE

UN’AFFERMAZIONE RIVELATRICE


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Milano, 17 apr. - Stavo seguendo il Boao Forum 2014. Il grande evento, stile Davos, dedicato all'Asia e che si tiene ogni anno nel grande centro conferenze vicino alla piccola città di Boao, nell'isola di Hainan. Evento (4 giorni e mezzo) fortemente appoggiato dalla leadership cinese che lo apre ogni anno insieme ad altri Capi di Stato e di Governo asiatici. Numero sterminato di partecipanti dalla Cina e dall Asia, foltissimo numero di speaker, spesso CEO delle più grandi aziende cinesi, asiatiche, australiane e statunitensi. Qualche giapponese. Pochissimi europei.

 

Uno dei tanti panel è stato sulla globalizzazione delle aziende cinesi. Tra gli speaker c’era Liu Chuanzi, Presidente (e fondatore) di Lenovo. Lenovo (ex Legend) acquistò meno di dieci anni fa l’intera divisione PC di IBM ed è diventata oggi una delle più grandi aziende al momento produttrici di computer ed è presente, anche con unità produttive, in moltissimi paesi del mondo. Liu Chuanzi ha raccontato come è riuscito a far coesistere le diverse culture che ha amalgamato nella sua azienda. Senza entrare nei tecnicismi, ha ridotto a 8 (da oltre venti) il numero di direttori esecutivi che rispondono a lui (50% cinesi e 50% occidentali) e li ha obbligati a confrontarsi fino a un totale chiarimento su tutti i problemi dell’azienda e delle diverse idee strategiche. Poi ha chiarito che la responsabilità del successo o dell’insuccesso sarebbe stata collettiva: o avrebbe premiato tutti o avrebbe punito tutti in egual misura.

 

Veramente molto interessante e molto apprezzabile. Quello però che desidero segnalare è ciò che ha detto, alla fine del suo intervento, il moderatore. Il moderatore era il Prof. Xiang Bing – Fondatore e Rettore della Cheung Kong Graduate School of Business di Pechino – con campus anche a Shanghai e Shenzhen e centri a Hong Kong, Londra e New York - una giovane (2002), ma molto stimata business school.

 

Lui ha detto: “Beh, questo dimostra che è tempo che le aziende occidentali comincino ad imparare da quelle cinesi. Il verso sta cambiando.”


17 aprile 2014

QUALCUNO DOMINERÀ IL MONDO NEL XXI SECOLO?

QUALCUNO DOMINERÀ IL MONDO NEL XXI SECOLO?


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Milano, 10 apr. - L’interessante intervista, su queste colonne, di Emma Lupano a Jonathan Fenby in merito al suo ultimo libro “Will China dominate the 21st century?” è straordinariamente interessante per almeno due motivi.

 

Il primo è ovviamente la tesi dell’intervistato che la Cina NON dominerà il XXI secolo, come hanno invece fatto – almeno in parte – gli Stati Uniti nel XX secolo e il Regno Unito nel XIX (e l’Impero Romano un millennio fa). Le motivazioni sono quelle ben indicate da Fenby e non le voglio ripetere qui. Ne aggiungo una che credo sia importante: gli Stati Uniti e il Regno Unito prima, avevano un modello di società e di stato (io lo chiamo un paradigma) che era per molti versi “superiore” a quello degli altri stati che “dominavano”. In altre parole il loro modello era “desiderabile” sia pure con i lati negativi del collegato “colonialismo”. Oggi la Cina non ha un paradigma “superiore”. Sta sicuramente migliorando il suo ed è in un difficile passaggio dal paradigma comunista/statalista verso una “democrazia” sia pure con caratteristiche cinesi, ma non credo che molti popoli del mondo desiderino il modello cinese.

 

C’è però un secondo motivo, forse ancor più interessante, che è implicito nelle tesi di Fenby. La Cina sarà uno dei tre o quattro grandi attori della scena mondiale del XXI secolo insieme a Stati Uniti, Giappone, Europa e forse Russia. Nel corso del secolo potrebbero anche rafforzarsi attori oggi marginali come il gruppo dei Paesi Asean, l’India, ecc. Questo ovviamente nell’ipotesi che non accadono catastrofi di nessuna natura: guerre “mondiali”, cataclismi immani, ecc.

 

Saremo quindi in un mondo multipolare con fortissime interrelazioni economiche, politiche e culturali tra tutti questi paesi. Non essendoci una potenza “egemone”, non ci sarà neppure una cultura “egemone” come è stata ad esempio quella americana nella seconda parte del XX secolo.

 

Il XXI secolo vedrà quindi il formarsi, per amalgama, di una cultura “globale” con forti differenziazioni locali, ma con elementi di ognuna sparsi nelle altre. Pensate, se volete un esempio facile, alla lingua – misto di inglese, cinese e giapponese – parlata nella Los Angeles del 2019 di Blade Runner. Ovviamente l’amalgama non riguarderà soltanto la lingua, ma tutti gli aspetti di una cultura compresi i valori.

 

Questo scenario può piacere o meno. Ma è molto probabile che accada in misura più o meno grande. Ci saranno sicuramente delle sacche di “resistenza” all’amalgama come gli Amish negli Stati Uniti e anche i talebani afgani. Ma tutti saremo contaminati da questo intrecciarsi di culture.

 

Se traduciamo in termini geopolitici questo processo potremmo dire che tutte le nazioni avranno il loro pezzettino di soft power.

 

In questo tipo di ragionamento contano però molto i guadagni netti: in un processo geopolitico alla fine si calcola chi ha guadagnato di più in territori (recentissimo caso Russia e Ucraina con la Crimea) o in accesso a elementi scarsi (fonti energetiche, acqua, ecc.).

 

Facciamo allora il bilancio in termini di soft power. Alla fine del XXI secolo, tutte le principali nazioni avranno probabilmente un po’ più di soft power. Chi avrà però avuto l’incremento più grande sarà verosimilmente stata la Cina. Chi invece avrà avuto un incremento quasi nullo saranno stati gli Stati Uniti.

 

Questo scenario pone alcune domande che mi sembrano oggi quasi assenti tra gli osservatori di questi fenomeni.

 

UNO. La percezione di queste differenze d’incremento potrà generare pericolosi irrigidimenti con deflagrazioni violente più o meno forti? Potrà nascere la talebanizzazione di altre “culture” come, ad esempio ed estremizzando, quella dei Tea Party negli Stati Uniti?

 

DUE. Nella speranza che tutto proceda per il meglio, il risultato finale (l’amalgama di una cultura “globale”) comporterà un effettivo miglioramento della ‘nazione’ umana? La scienza ci dice infatti che la diversità – vis á vis la ferrea legge dell’evoluzione – è una ricchezza e una garanzia di sopravvivenza ai mutamenti del contesto; in questo scenario si rischia di avere una diminuzione netta delle diversità culturali.

 

TRE. Occorre prepararsi a questo processo? Non è forse meglio essere consci di quanto sta per accadere e magari interrogarsi sulla propria cultura e sui propri valori, non per opporsi all’amalgama, ma per contribuirvi al meglio?

 

QUATTRO (e qui la numerologia cinese ha significato). In Italia quale coscienza c’è di questi temi e quale è la preparazione della nostra leadership a comprenderli ed affrontarli?

 

10 aprile 2014

 

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