HONG KONG E LA CINA

HONG KONG E LA CINA


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Milano, 06 ott. - Occupy Central – al momento in cui scrivo – sta ancora occupando Hong Kong. Fra poche ore, la mattina di lunedì 6 ottobre, sapremo se si andrà verso un progressivo spegnimento della “rivolta” o verso gravi (o gravissimi) incidenti di piazza.

 

Non voglio fare alcuna previsione, peraltro inutile perché quando leggerete queste righe sapremo già che piega hanno preso gli avvenimenti. Desidero invece ragionare con voi su quelle che comunque possono essere le alternative possibili e se e come possano influenzare il futuro della Cina.

 

Alternativa UNO. I protestanti, un po’ stanchi e un po’ sotto la pressione degli abitanti che non vogliono perdere business, si ritirano progressivamente. Esito: nulla è cambiato, il mugugno sotto traccia contro la Cina aumenterà un po’.

 

Alternativa DUE. La repressione diventa violenta o molto violenta. Alla fine i manifestanti andranno comunque a casa e la censura in Cina avrà un altro tema da controllare attentamente (come fa ad esempio con i fatti di Tian An Men). Esito: nulla è cambiato, il mugugno sotto traccia contro la Cina aumenterà molto.

 

Alternativa TRE. Tutti o quasi i cittadini di Hong Kong scendono in piazza e forzano le dimissioni del Governatore CY Leung e ottengono, con o senza spargimento di sangue, prima o dopo, un’altra legge elettorale.
  Esito: cambia molto a Hong Kong, almeno per un po’. L’immagine della Cina si appanna per un po’ nel mondo, ma la Cina non cambia.

 

Alternativa QUATTRO. Come la tre, ma l’incendio si sparge alla Cina. Esito: grande instabilità in Cina e forse anche nel mondo.

 

Se dovessimo andare verso l’alternativa QUATTRO, la situazione potrebbe diventare molto molto preoccupante. Ma quali sono le probabilità che ciò accada? Credo molto basse, la Cina teme esattamente questa alternativa, quindi farà di tutto per non farla accadere.

 

Anche la TRE disturberebbe non poco la Cina (perché teme la QUATTRO) e quindi credo che cercherà di evitarla con tutti i mezzi possibili.

 

Ma, tralasciando la QUATTRO, che cosa altro potrà accadere alla Cina? In questi giorni ho letto commenti, anche di personaggi famosi su queste colonne, che dimostrano che forse non hanno ancora bene interiorizzato alcuni capisaldi della Cina e del suo Governo, in mano al Partito Comunista Cinese (PCC):

 

1.    La Cina intende crescere e occupare, da pari a pari, il “suo posto nel mondo”.
2.    Il PCC intende ottenere questo come suo obiettivo principale (anche per la sua sopravvivenza, ma non solo).
3.    Su questo obiettivo il PCC ha l’appoggio maggioritario dei cinesi.
4.    La potenza finanziaria della Cina e la debolezza economica dell’Occidente danno strumenti alla Cina che renderanno quasi impossibile l’indipendenza di Hong Kong, ma anche di Taiwan.
5.    L’interesse della Cina è orientato prevalentemente a massimizzare i benefici per la propria gente.

 

Questi punti fanno sì, a mio parere, che tutto ciò che è stato scritto e detto sull’impatto negativo di quanto la Cina farà sul sua capacità di attrarre Taiwan e più in generale sulla sua immagine, con relativo soft power, nel mondo è sostanzialmente privo di senso.

 

Fin che la maggioranza dei cinesi sarà sostanzialmente d’accordo sull’attuale strategia del Paese e non mostrerà effettivo desiderio di maggiori libertà politiche, il Governo cinese avrà tutti i mezzi per tenere Hong Kong e quanto meno per non lasciare andare Taiwan verso l’indipendenza.

 

In questi giorni miei amici di Hong Kong e Taiwan mi dicono: “può non piacerci il PCC e l’atteggiamento del governo cinese, ma alla fine noi siamo cinesi!”.

 

Della sua immagine, nei prossimi anni, nel mondo, credo che alla Cina interessi relativamente poco. Tanto poi noi comunque faremo affari con loro, le comunità cinesi all’estero continueranno a crescere, difficilmente rinunceremo a una delle poche locomotive dell’economia mondiale.

 

Questo al di là del fatto che ci piaccia o meno la democrazia e la libertà politica. E a me piace molto, ma …



6 ottobre 2014

 

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L’ITALIA FORSE CAMBIA VERSO IN CINA

L’ITALIA FORSE CAMBIA VERSO IN CINA


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Pechino, 11 giu. - Giornata clou del Presidente del Consiglio Matteo Renzi in Cina. Dopo una sosta in Vietnam (Prima visita di stato di un Presidente del Consiglio Italiano in quel Paese che sta diventando importante per le nostre aziende) e una tappa a Shanghai con incontro con la comunità italiana di quella città, oggi Renzi è arrivato a Pechino e dopo incontri di governo è venuto a chiudere insieme al Primo Ministro cinese Li Keqiang la riunione inaugurale del Business Forum Italia – Cina.

 

In questo mio commento, desidero solo descrivervi le mie impressioni da “old China hands” che di missioni in Cina del Governo Italiano ne ho viste molte.

 

La riunione con oltre 120 capi azienda arrivati dall’Italia, più quelli residenti e un numero molto alto di capi azienda cinesi è stata sicuramente un successo, soprattutto se confrontata a quelle del passato in cui quasi mai si erano visti capi azienda italiani di alto calibro (come: Moretti – Finmeccanica, Starace – Enel, Ghizzoni – Unicredito, Guerra – Luxottica, ecc.) e anche molti pari grado cinesi di grandissimi gruppi cinesi (Vanke, Avic, Shanghai Electric, ecc.). Quello che dà la misura del successo è il numero di Capi di grandi aziende cinesi che erano presenti e che sono rimasti per tutto il Business Forum.

 

A chiusura del Forum sono stati firmati un numero alto di importanti accordi e contratti. Date un’occhiata ai giornali che ne riportano lista e valore. Una lista che ero abituato a vedere al termine delle missioni tedesche, non delle nostre.

 

Ma il grande cambiamento è arrivato con il discorso di Renzi alla fine del Forum dopo quello di Li Keqiang. Il Primo Ministro cinese ha fatto un buon intervento classico, sottolineando i punti di forza della collaborazione dei due stati. Degna di nota l’apertura quando ha detto “Renzi è Presidente del Consiglio da tre mesi, ma è già stato capace di portare 300 aziende italiane a questo forum…!” (tradotto da me a braccio e a memoria).

 

Poi Renzi ha fatto un bellissimo intervento dicendo (in estrema sintesi) che l’Italia ha un background storico e culturale altrettanto lungo quanto quello della Cina e che proprio da ciò devono nascere le forze per la nostra partnership, ha poi detto che le aziende italiane vengono in Cina non per delocalizzare, ma perché hanno iniziato un forte ciclo di internazionalizzazione, che questo ciclo di internazionalizzazione lo possiamo fare insieme alle aziende cinesi, ha chiuso dicendo che Cina e Italia devono stare insieme come una tartaruga e un cavallo: per avere calma, pazienza, ponderazione al fine di correre (insieme) sempre più velocemente.

 

Al di là dei validi contenuti ho notato uno spirito e un atteggiamento diverso. Tutti i Presidenti del Consiglio italiani che ho sentito parlare di fronte a Primi Ministri cinesi hanno sempre avuto un tono dimesso e quasi di inferiorità psicologica nei confronti del collega cinese. Magari hanno fatto discorsi validi (a volte no), ma comunque si avvertiva (o meglio: io avvertivo) nelle parole, nei toni e negli atteggiamenti non verbali una sudditanza psicologica.

 

Renzi ha fatto esattamente il contrario e l’ha fatto da gran signore.
  Dando sempre – in modo sincero e credibile – riconoscimenti ai commenti del collega cinese che aveva parlato prima di lui, ma facendo capire in ogni istante che non c’era alcun timore e nessuna sudditanza psicologica, forse il contrario.

 

Il clou è stato quando Renzi ha ottenuto uno scrosciante applauso a scena aperta e non solo alla fine (Li Keqiang ha avuto un convinto applauso solo alla fine) e lo ha “girato” anche a Li Keqiang dicendo che era anche grazie alle parole precedenti del collega che lui aveva potuto dire la frase così apprezzata. Un gesto da grande leader! Nella sostanza e nei modi.

 

Questo mi ha anche fatto riconsiderare gli “errori” che gli esperti di Cina (incluso il sottoscritto sia pure non espertissimo come altri) stavano attribuendo a questo viaggio di Renzi. Lo stop in Vietnam (con cui la Cina ha attriti forti di carattere territoriale con recenti scontri violentissimi in Vietnam contro i cinesi che colà fanno affari o hanno aziende) e il passaggio da Shanghai prima di Pechino, mentre l’etichetta cinese prevedrebbe l’inizio di qualunque viaggio ufficiale dalla capitale. Forse, ha voluto dire: “noi veniamo in pace e vogliamo fare affari con voi, ma non siamo disposti a seguire le vostre regole su cose che non vi riguardano.”

 

Se lui, il Governo italiano e noi – imprenditori italiani – avremo la forza di realizzare tutto quello che lui promette e che noi da decenni diciamo di voler fare, beh … forse l’Italia sta cambiando verso anche in Cina.

 

Vi riporto, come nota finale, il fatto che per la prima volta, in decenni, ho sentito dire a voce alta a moltissimi partecipanti italiani: “siamo orgogliosi di essere italiani e per la prima volta non dobbiamo vergognarci!” La penso così anch’io.


11 giugno 2014

L’ITALIANO DOVE È?

L’ITALIANO DOVE È?


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Pechino, 09 giu. - Oggi sono arrivato a Pechino. In fila al controllo immigrazione dell’aeroporto di Pechino ho osservato con più attenzione, la fila era un po’ più lunga del solito,  i grandi “gonfaloni” appesi al soffitto con la scritta in varie lingue “Benvenuti in Cina”.

 

I “gonfaloni” si estendono per tutta la lunghezza dell’immenso salone. Il primo, in testa agli altri, è in lingua cinese.

 

Gli altri, in successione “decrescente” (allontanandosi in profondità da chi sta in fila ai banchi di controllo), sono nelle seguenti lingue:



Inglese
Tedesco
Russo
Spagnolo
Francese
Arabo
Coreano

 

L’Italiano dove è?

 

Non so se il Presidente Renzi, in arrivo anche a lui a Pechino nei prossimi giorni, passerà da questo salone e se noterà questo “particolare”. Spero che qualcuno glielo riferisca.



8 giugno 2014

 

 

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