Agi China 24
2014-03-31 Matisse

UN’AFFERMAZIONE RIVELATRICE

UN’AFFERMAZIONE RIVELATRICE


Twitter@BorzattaP

 
Milano, 17 apr. - Stavo seguendo il Boao Forum 2014. Il grande evento, stile Davos, dedicato all'Asia e che si tiene ogni anno nel grande centro conferenze vicino alla piccola città di Boao, nell'isola di Hainan. Evento (4 giorni e mezzo) fortemente appoggiato dalla leadership cinese che lo apre ogni anno insieme ad altri Capi di Stato e di Governo asiatici. Numero sterminato di partecipanti dalla Cina e dall Asia, foltissimo numero di speaker, spesso CEO delle più grandi aziende cinesi, asiatiche, australiane e statunitensi. Qualche giapponese. Pochissimi europei.

 

Uno dei tanti panel è stato sulla globalizzazione delle aziende cinesi. Tra gli speaker c’era Liu Chuanzi, Presidente (e fondatore) di Lenovo. Lenovo (ex Legend) acquistò meno di dieci anni fa l’intera divisione PC di IBM ed è diventata oggi una delle più grandi aziende al momento produttrici di computer ed è presente, anche con unità produttive, in moltissimi paesi del mondo. Liu Chuanzi ha raccontato come è riuscito a far coesistere le diverse culture che ha amalgamato nella sua azienda. Senza entrare nei tecnicismi, ha ridotto a 8 (da oltre venti) il numero di direttori esecutivi che rispondono a lui (50% cinesi e 50% occidentali) e li ha obbligati a confrontarsi fino a un totale chiarimento su tutti i problemi dell’azienda e delle diverse idee strategiche. Poi ha chiarito che la responsabilità del successo o dell’insuccesso sarebbe stata collettiva: o avrebbe premiato tutti o avrebbe punito tutti in egual misura.

 

Veramente molto interessante e molto apprezzabile. Quello però che desidero segnalare è ciò che ha detto, alla fine del suo intervento, il moderatore. Il moderatore era il Prof. Xiang Bing – Fondatore e Rettore della Cheung Kong Graduate School of Business di Pechino – con campus anche a Shanghai e Shenzhen e centri a Hong Kong, Londra e New York - una giovane (2002), ma molto stimata business school.

 

Lui ha detto: “Beh, questo dimostra che è tempo che le aziende occidentali comincino ad imparare da quelle cinesi. Il verso sta cambiando.”


17 aprile 2014

QUALCUNO DOMINERÀ IL MONDO NEL XXI SECOLO?

QUALCUNO DOMINERÀ IL MONDO NEL XXI SECOLO?


Twitter@BorzattaP



Milano, 10 apr. - L’interessante intervista, su queste colonne, di Emma Lupano a Jonathan Fenby in merito al suo ultimo libro “Will China dominate the 21st century?” è straordinariamente interessante per almeno due motivi.

 

Il primo è ovviamente la tesi dell’intervistato che la Cina NON dominerà il XXI secolo, come hanno invece fatto – almeno in parte – gli Stati Uniti nel XX secolo e il Regno Unito nel XIX (e l’Impero Romano un millennio fa). Le motivazioni sono quelle ben indicate da Fenby e non le voglio ripetere qui. Ne aggiungo una che credo sia importante: gli Stati Uniti e il Regno Unito prima, avevano un modello di società e di stato (io lo chiamo un paradigma) che era per molti versi “superiore” a quello degli altri stati che “dominavano”. In altre parole il loro modello era “desiderabile” sia pure con i lati negativi del collegato “colonialismo”. Oggi la Cina non ha un paradigma “superiore”. Sta sicuramente migliorando il suo ed è in un difficile passaggio dal paradigma comunista/statalista verso una “democrazia” sia pure con caratteristiche cinesi, ma non credo che molti popoli del mondo desiderino il modello cinese.

 

C’è però un secondo motivo, forse ancor più interessante, che è implicito nelle tesi di Fenby. La Cina sarà uno dei tre o quattro grandi attori della scena mondiale del XXI secolo insieme a Stati Uniti, Giappone, Europa e forse Russia. Nel corso del secolo potrebbero anche rafforzarsi attori oggi marginali come il gruppo dei Paesi Asean, l’India, ecc. Questo ovviamente nell’ipotesi che non accadono catastrofi di nessuna natura: guerre “mondiali”, cataclismi immani, ecc.

 

Saremo quindi in un mondo multipolare con fortissime interrelazioni economiche, politiche e culturali tra tutti questi paesi. Non essendoci una potenza “egemone”, non ci sarà neppure una cultura “egemone” come è stata ad esempio quella americana nella seconda parte del XX secolo.

 

Il XXI secolo vedrà quindi il formarsi, per amalgama, di una cultura “globale” con forti differenziazioni locali, ma con elementi di ognuna sparsi nelle altre. Pensate, se volete un esempio facile, alla lingua – misto di inglese, cinese e giapponese – parlata nella Los Angeles del 2019 di Blade Runner. Ovviamente l’amalgama non riguarderà soltanto la lingua, ma tutti gli aspetti di una cultura compresi i valori.

 

Questo scenario può piacere o meno. Ma è molto probabile che accada in misura più o meno grande. Ci saranno sicuramente delle sacche di “resistenza” all’amalgama come gli Amish negli Stati Uniti e anche i talebani afgani. Ma tutti saremo contaminati da questo intrecciarsi di culture.

 

Se traduciamo in termini geopolitici questo processo potremmo dire che tutte le nazioni avranno il loro pezzettino di soft power.

 

In questo tipo di ragionamento contano però molto i guadagni netti: in un processo geopolitico alla fine si calcola chi ha guadagnato di più in territori (recentissimo caso Russia e Ucraina con la Crimea) o in accesso a elementi scarsi (fonti energetiche, acqua, ecc.).

 

Facciamo allora il bilancio in termini di soft power. Alla fine del XXI secolo, tutte le principali nazioni avranno probabilmente un po’ più di soft power. Chi avrà però avuto l’incremento più grande sarà verosimilmente stata la Cina. Chi invece avrà avuto un incremento quasi nullo saranno stati gli Stati Uniti.

 

Questo scenario pone alcune domande che mi sembrano oggi quasi assenti tra gli osservatori di questi fenomeni.

 

UNO. La percezione di queste differenze d’incremento potrà generare pericolosi irrigidimenti con deflagrazioni violente più o meno forti? Potrà nascere la talebanizzazione di altre “culture” come, ad esempio ed estremizzando, quella dei Tea Party negli Stati Uniti?

 

DUE. Nella speranza che tutto proceda per il meglio, il risultato finale (l’amalgama di una cultura “globale”) comporterà un effettivo miglioramento della ‘nazione’ umana? La scienza ci dice infatti che la diversità – vis á vis la ferrea legge dell’evoluzione – è una ricchezza e una garanzia di sopravvivenza ai mutamenti del contesto; in questo scenario si rischia di avere una diminuzione netta delle diversità culturali.

 

TRE. Occorre prepararsi a questo processo? Non è forse meglio essere consci di quanto sta per accadere e magari interrogarsi sulla propria cultura e sui propri valori, non per opporsi all’amalgama, ma per contribuirvi al meglio?

 

QUATTRO (e qui la numerologia cinese ha significato). In Italia quale coscienza c’è di questi temi e quale è la preparazione della nostra leadership a comprenderli ed affrontarli?

 

10 aprile 2014

 

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LA STRATEGIA DELL’ITALIA IN CINA

LA STRATEGIA DELL’ITALIA IN CINA


Twitter@BorzattaP 

 

Milano, 19 mar. - Non molto entusiasmante. Questo sarà il futuro dell’Italia in Cina, almeno secondo la mia opinione che ho riassunto in un precedente editoriale su queste colonne.

 

Abbiamo infatti fatto molti errori in passato perdendo importanti opportunità e non mi sembra che sappiamo bene che cosa fare in Cina in futuro. Non voglio però scrivere un saggio sugli errori “strategici” italiani in Cina e verso la Cina: ne cito però solo alcuni che ritengo particolarmente gravi al fine di progettare “un nuovo inizio” (Mah! Ma è possibile?):

 

1.    Non aver mai deciso che relazione avere – a livello Paese - con la Cina: partner importante e per che cosa, partner secondario, solo mercato occasionale.  Di conseguenza non avere condotto una politica estera – con relativa azione diplomatica - di lungo periodo che desse sostanza al ruolo scelto.

 

2.    Aver promesso – a livello di Governo - investimenti (anche importanti e lungimiranti: ad esempio il promesso contributo allo sviluppo dell’area di Pudong) che poi successivi Governi hanno cancellato. Agli occhi del Governo cinese, per il quale è impensabile che un Governo manchi alla parola data, queste smentite hanno molto indebolito la nostra affidabilità.

 

3.    Poca attenzione alla Cina da parte della leadership italiana: pochi viaggi dei Capi di Governo, male organizzati e sempre all’ultimo minuto.

 

4.    Mancanza di un investimento “culturale” da parte della leadership italiana per la comprensione vera di quel Paese che andasse oltre gli stereotipi. Pochissimi capi azienda o di importanti istituzioni hanno deciso di dedicare tempo ed energie per capire abbastanza a fondo e al di là degli stereotipi la complessa e molto diversa cultura di quel Paese. Posso invece testimoniare che questo non è stato vero per la leadership di altri importanti paesi nostri concorrenti dove si è capita l’importanza di capire a fondo le specificità cinesi.

 

5.    Coltivazione del mito che l’ICE dovesse essere una società di consulenza “gratuita” per le PMI anziché un promotore del Paese intero in modo continuativo e profondo. Anzi, invece della stabilità e della profondità, ha avuto finanziamenti per programmi ondivaghi, di breve termine e non continuativi.

 

6.    Aver considerato la Cina come uno dei tanti Paesi diversi, anziché come il Paese dieci volte più diverso degli altri.

 

7.    Orientamento, della maggioranza delle aziende italiane, puramente commerciale ed essenzialmente di nicchia con mancanza di ambizioni (e investimenti per il lungo termine).

 

8.    Strategie cost-based e non revenue-based: le aziende italiane, molto più di quelle dei principali paesi concorrenti, tendono a progettare le proprie strategie minimizzando i costi, invece di investire quanto necessario sulla propria capacità di conquistare predefinite quote di mercato. Questo approccio nasce anche dal mito di rientrare dall’investimento in tempi estremamente brevi.

 

9.    Orientamento aprioristico e “ideologico” a favore delle joint venture, delegando al partner cinese solo il compito di essere il conoscitore del paese. Quando altri paesi già costituivano in Cina società a capitale interamente proprio, le nostre aziende erano convinte che in Cina si “dovesse e potesse fare” solamente una joint venture. Inoltre, invece di scegliersi dei partner che avessero un “apporto strategico”, si sceglievano partner semplicemente perché “conoscevano” la Cina non comprendendo che occorre conoscere anche molto bene il proprio business per poter aver successo in un ambiente così difficile e diverso.

 

Dopo questo passato, per “un nuovo inizio”, almeno per riuscire a mantenere le posizioni e magari per anche migliorarle un pochino, occorre che il nostro Paese si dia finalmente una strategia per la Cina. La speranza è che si possa puntare a un futuro dell’Italia in Cina almeno leggermente entusiasmante.

 

Una strategia dell’Italia in Cina significa decidere e fare alcune poche e chiare scelte “nazionali” (di tutto e per tutto il Paese) su come “posizionarsi” in Cina come Paese, ovvero che cosa dell’Italia vogliamo mettere maggiormente in evidenza, e su quali poche azioni “di tutto il Paese” concentrare le nostre limitate energie economiche e psicologiche.

 

Se qualcuno si chiede perché occorra una strategia paese ricordo che tutti i grandi paesi con cui competiamo, economicamente e culturalmente, hanno chiare strategie nei confronti dei principali paesi con cui intrattengono relazioni importanti; spesso queste strategie sono pubblicate e di dominio pubblico.

 

In particolare l’Italia ha bisogno di una strategia per la Cina perché:

 

1.    La Cina richiede una visione ampia e ambiziosa perché è un Paese molto grande e non è affrontabile “su piccola scala”.


2.    La Cina è una delle più grandi economie e sta diventando una delle due super potenze geopolitiche (l’Europa e l’Italia purtroppo dormono).


3.    La Cina ha una visione strategica di lungo periodo anche per le sue relazioni con tutti i Paesi del mondo.


4.    Ad ogni Paese la Cina “assegna un ruolo” (ovvero quello che la loro leadership vorrebbe che il Paese facesse) e affinché un Paese conti, in Cina, deve sviluppare il ruolo che gli è “stato assegnato” o “negoziarne” un altro avendo la capacità di cambiarlo.


5.    La Cina aveva assegnato all’Italia il ruolo di “partner” per lo sviluppo dell’industria leggera (automobili, elettromeccanica, moda e alimentare) e l’Italia non ha saputo rispondere a tale ruolo.

6.    Essere “partner” della Cina significa prima “dare” (quindi occorre sapere che cosa “dare”) per poi portare a casa molto (occorre diventare “amici”) se si è capaci.

 

Attenzione questa è una relazione tra “sistemi”. Non c’è un “capo” di questi sistemi, ma l’opinione diffusa all’interno della leadership dei due sistemi deve essere grosso modo quella prima delineata.

 

A mio parere i capisaldi di una strategia dell’Italia per la Cina dovrebbero essere:


1.    Decidere un ruolo di lungo periodo nel rapporto Italia-Cina (ad esempio: puntare su alcuni settori industriali e/o su grandi filoni culturali o sociali e/o sulla creatività). Questo ruolo deve intendersi come ruolo da giocare per alcuni decenni e nessun governo deve cambiarlo. Mia idea personale: posizionare l’Italia come il Paese ove tutti i settori economici (dalla robotica, alle scienze cognitive, alla meccanica, alla chimica, …., alla filosofia, alla letteratura, al cinema, al turismo, alla cultura, all’enogastronomia) concorrono a farne un Maestro assoluto di Saper Vivere. Saper Vivere significa non solo godere della vita (opere d’arte, cibo, ecc.), ma anche saper affrontarla e saper costruirsi una filosofia di come vivere (… “carpe diem, quam minimum credula postero”).


2.    Costruire continuamente e ripetutamente nel tempo una forte immagine di Paese (vedi punto precedente). Il ruolo delle istituzioni deve essere quello di affermare l’immagine e non quello di dare dei servizi alle imprese. I servizi alle imprese devono essere dati da aziende che competono a livello mondiale in modo da avere e mantenere competenze eccellenti.


3.    Individuare dei grandi progetti Paese su cui portare il Sistema Italia. Il ruolo del Paese è quello di creare opportunità per le aziende e le istituzioni italiane (“creare il progetto” ovvero “creare il mercato” !)


4.    Distinguere e tenere separati i ruoli di:

- penetrazione economica
- attrazione degli investimenti
- attrazione del turismo


Occorre comprendere che una strategia di questo tipo non chiude le porte agli operatori italiani non menzionati (né incentivati) nella politica decisa. Tutti possono fare quello che vogliono, ma il governo (a parte negoziare accordi che facilitino il lavoro di tutte le aziende e le istituzioni italiane) punta a spingere le proprie punte di diamante sapendo che un’affermazione di questa strategia (e di queste punte di diamante) porterebbe una crescita delle opportunità per tutte le aziende italiane.

 

All’interno di una strategia di questo tipo propongo anche un progetto “catalizzatore” dello sviluppo italiano in Cina.

 

L’obiettivo del progetto che propongo è di: “Acquisire canali preferenziali per le aziende italiane (per commesse e opportunità di investimento) attraverso un’iniziativa che:


1.    Concentri gli sforzi dell’Italia nella costruzione di un rapporto privilegiato e di lungo periodo con un’area della Cina in forte sviluppo.


2.    Sfrutti le competenze presenti sul territorio italiano per assistere il governo locale cinese nel mettere a punto importanti progetti come (ad esempio) infrastrutture, industria, servizi, sanità, ambiente, cultura, educazione superiore, servizi pubblici (“municipalizzate”), ecc.

La motivazione di un progetto di questo tipo è che più volte il Sistema Italia ha cercato di far nascere (o ha appoggiato lo sviluppo di) un’area in cui le aziende italiane potessero investire in maniera preferenziale o trovassero una base per i loro primi passi (Palazzo Lombardia, Tianjin, Qipu, ecc.). La speranza era forse anche di “duplicare” in luogo l’esperienza dei distretti. Queste esperienze hanno però visto – nel migliore dei casi – un modestissimo successo. Comunque l’errore fondamentale alla base di queste esperienze è stato il credere che un’azienda (spesso piccola) andasse ad investire in un luogo definito solo perché vi avrebbe trovato delle agevolazioni economiche e magari dei “conterranei”. Ovviamente invece un’azienda investe dove in primis ci sono le condizioni di approvvigionamento (fattori di produzione e/o terzisti) e di vendita (vicinanza del mercato di sbocco) ottimali.

 

Invece il progetto che propongo vuol far nascere - in modo proattivo - dei mercati (commesse e mercato finale) potenzialmente molto interessanti ed anche geograficamente concentrati.

 

I lineamenti di questo progetto potrebbero essere:


1.    Lanciare un’iniziativa che riunisca le aziende, le banche e le istituzioni più interessate da questo progetto. Costituire una task-force, con un chiaro coordinamento, per operare sul campo.


2.    Individuare con grande attenzione una provincia cinese ad alto potenziale che possa essere interessante per questo progetto.


3.    Individuare i problemi della provincia e ideare un programma di progetti che le aziende e le istituzioni italiane potrebbero aiutare a realizzare.


4.    Negoziare un accordo quadro con il governo della provincia scelta


5.    Supportare la provincia cinese facendo affluire capitale e competenze per la realizzazione del programma.


6.    Monitorare attentamente lo sviluppo dei vari progetti e risolvere tempestivamente gli eventuali “blocchi”.


7.    Dare un orizzonte decennale a questo progetto per “coltivare” al massimo l’investimento fatto su un territorio.

 

Propongo infine che vengano differenziati (almeno) in Cina tre importanti ruoli delle nostre istituzioni: penetrazione economica, attrazione degli investimenti, attrazione del turismo. Le loro caratteristiche, le competenze che richiedono, gli interlocutori con cui si deve interagire sono così diversi che non ha alcun senso il tenerli accorpati. Sono invece stati spesso accorpati o quanto meno non ben differenziati.



Penetrazione economica:


1.    Scegliere alcuni (pochi o pochissimi) settori portanti del nostro Paese che non solo siano importanti in sé, ma che siano anche fertilizzanti di altri settori

2.    Su questi avere un punto di riferimento unico per la Cina che sia il Dominus dei settori e che si ponga come obiettivo quello di:

 

- coordinare gli sforzi di penetrazione per non meno di 5 anni (anche fino a 10 anni).

- costruire un network in Cina (deve quindi conoscere i key player dei settori scelti).
- monitorare l’evoluzione dei settori e i principali progetti lanciati (sia dal Governo che dai privati).
- suggerire nuovi progetti al Governo e ai privati.
fare da levatrice e regista di eventuali cordate (gruppi di aziende e istituzioni italiane) per interventi importanti nei settori.
- coordinare, laddove necessario con la moral suasion, tutti gli sforzi di posizionamento del nostro Paese nei settori.

 

Attrazione degli investimenti:


Avere un Dominus (separato) per l’attrazione degli investimenti che si ponga l’obiettivo di:


1.    Osservare e monitorare in continuazione la Cina per capire quali sono i “bisogni” delle aziende cinesi con particolare attenzione a quelli che possono essere soddisfatti dall’Italia.


2.    Far conoscere questi bisogni in Italia e diffonderli a tutti gli ambienti interessati per generare una reazione.


3.    Individuare, in modo più o meno informale, i territori prioritari italiani a più alto interesse per la Cina e che quindi hanno vantaggi competitivi da offrire alla Cina.


4.    Coordinare gli sforzi di promozione dei territori italiani in Cina per evitare dissonanze nell’immagine trasmessa e per il buon funzionamento del back office.


5.    Fare un reporting annuale al Governo su l’andamento degli investimenti valutando gli investimenti per: Valore, Flusso di cassa in conto capitale, Flusso di cassa in conto finanziamento, posti di lavoro generabili sul breve e sul lungo termine, valore strategico per l’Italia. Si veda ad esempio il caso Invest in Sweden Agency.



Attrazione del turismo:


Avere un Dominus (separato) per l’attrazione del turismo che si ponga l’obiettivo di:


1.    Monitorare i bisogni del turista cinese.


2.    Monitorare l’immagine dell’Italia presso i decision maker e opinion leader in Cina.


3.    Coordinare gli sforzi di promozione dell’immagine dell’Italia che deve essere unica (ad es. Maestra di Saper Vivere).


4.    Aggiornare continuamente la lista dei principali key player e decision maker della Cina per il turismo e mantenere le relazioni con questo network.


5.    Fare da levatrice e coordinatore di grandi progetti per il turismo da presentare ai decision maker cinesi.


6.    Fare un reporting annuale al Governo su: Flussi di turismo, valori apportati, soddisfazione dei turisti, confronto con i nostri concorrenti.



Ecco, questa è la strategia che oso proporre per l’Italia in Cina. Non so bene se sia frutto di un ragionamento lucido o di un sogno ad occhi aperti sperando che “il verso sia già cambiato”. Tutto questo con la speranza di creare – nei prossimi dieci anni - un po’ di entusiasmo per la nostra presenza in Cina.


POST SCRIPTUM. Di queste idee, alle quali penso da molto tempo, ne ho anche discusso più volte con il mio collega, Dr. Mattia Marino, che ringrazio per i contributi e gli stimoli.


19 marzo 2014