
di Paolo Borzatta
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Milano, 06 mag. - La mia co-blogger, su AgiChina24, Claudia Astarita ha, nel suo ultimo post, esaminato con competenza i problemi di gestione di alcune delle minoranze (o delle province "ribelli") che il Governo di Pechino dovrebbe risolvere al più presto anche perché sembra non aver ancora trovato il modello di integrazione e convivenza che funzioni.
Condivido questa opinione. Credo però che il problema non sia risolvibile con un solo modello, sia pure diverso da quello attuale che evidentemente non ha funzionato (soprattutto in Tibet con i tibetani e nello Xinjiang con gli uiguri). Credo che Pechino debba trovare modelli diversi per situazioni diverse. E' indubbio, come Claudia Astarita ha osservato, che non può semplicemente "dare maggiore autonomia" perché questo innescherebbe una corsa al rialzo anche e proprio perché a molte di queste minoranze non va proprio bene "essere integrati e convivere" e hanno un "rifiuto" forte della cultura cinese. Né tantomeno può continuare ad usare la mano dura, perché non ha funzionato e non funzionerà.
Vediamo tre casi diversi (citati dalla "collega" Astarita) come esemplificazione della mia idea.
Taiwan. In realtà non è una minoranza (essendo in grande maggioranza Han), ma sicuramente è una provincia ribelle che – nell'ultimo decennio – è andata molto vicino a una dichiarazione unilaterale di indipendenza (oggi – come sappiamo – è in un limbo istituzionale). Qui credo che la strategia cinese di forte "bastone" a tutti i tentativi di "indipendenza" e invece di "carota" a tutti i tentativi di armonizzazione, abbia funzionato. Oggi Taiwan sembrerebbe essere su una lentissima rotta di reintegrazione, magari con la stessa formula di Hong Kong ("uno stato, due sistemi"). Ha però funzionato perché la vivace e ricca imprenditoria taiwanese ha trovato conveniente investire massicciamente nella "madrepatria" per sfruttare i vantaggi di costo e di consonanza culturale. Oggi l'economia di Taiwan dipende fortemente dal legame con la Cina. Inoltre non ci sono ovviamente vere differenze culturali e soprattutto, man mano che l'economia cinese cresce e si modernizza e il livello di libertà in Cina cresce, anche le preoccupazioni politiche dei Taiwanesi che temono la "dittatura comunista" decrescono. Questo modello però non è applicabile ad altre vere minoranze etniche per alcuni importanti motivi:
1. Taiwan e Madrepatria hanno la stessa cultura e storia di cui sono ugualmente orgogliose.
2. Taiwan ha un'economia estremamente florida e avanzata e ha avuto e ha capitali da investire (con grande profitto) nella madrepatria.
3. La formula "Uno stato, due sistemi" può avere senso, anche perché come ad Hong Kong c'è un terzo importante elemento nello slogan che non è mai esplicitato: "Una nazione, uno stato, due sistemi"!
Xinjiang. Qui la minoranza in questione è quella uigura (circa 10 milioni – censo del 2000 – 46% della popolazione dello Xinjiang), di lingua turca, di religione musulmana e con una situazione economica e sociale arretrata.
Il Governo cinese da decenni punta, in modo crescente, ad una forte "colonizzazione" da parte dell'etnia cinese (han) con forti incentivi a quest'ultimi per trasferirvisi. Il che è accaduto: oggi (censo del 2000) gli han sono circa 8,5 milioni e sono ben il 39% della popolazione. Gli han sono però i "colonizzatori" in termini economici e portano a casa i maggiori benefici dell'operazione. E' quindi evidente che non è qui possibile l'integrazione economica virtuosa che è avvenuta a Taiwan. Inoltre mentre a Taiwan i "beneficiari" dell' 'integrazione' con la Madrepatria sono prevalentemente i taiwanesi, nello Xinjiang è il contrario.
Se a questo si aggiunge che gli uiguri sono attratti idealmente dai paesi "confinanti" (Kirghizistan, Tagikistan, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan) tutti di lingua turca ed in particolare sono parte del "sogno" del Turkestan indipendente (che ha generato un movimento indipendentista classificato anche come terrorista) si può capire che la "hanizzazione" non può funzionare. Nello stesso tempo è anche comprensibile la preoccupazione del Governo centrale nel dare maggiore autonomia temendo poi che questo significhi accelerare un processo di richiesta di costituzione del Turkestan.
Che fare allora? Credo che si debba innanzitutto lavorare con la Turchia che ha un chiaro disegno geopolitico di "prendere la leadership" di tutti gli stati dell'Asia Centrale, proprio sfruttando la loro consonanza culturale e linguistica. Agevolare la Turchia nelle sue mire di soft-leadership di quei paesi può significare farsela alleata per lo sviluppo dello Xinjiang senza dover rinunciare alla sovranità. Potrebbe dire creare anche opportunità imprenditoriali per la minoranza uigura anche fuori dall'orbita dell'economia "han".
In altre parole credo che una possibile soluzione passi con un approccio geo-politico e di collaborazione internazionale. In verità è un approccio a cui la Cina di solito è disponibile solo per temi al di fuori dei suoi confini.
Tibet. Questo è un caso totalmente diverso che la Cina affronta con il solito approccio di "hanizzazione". Come per lo Xinjiang è la minoranza "colonizzatrice" han che porta a casa i maggiori benefici economici. Qui inoltre i tibetani, che a differenza degli uiguri non hanno sogni indipendentisti esterni, hanno invece il desiderio di salvaguardare la loro cultura con relativo potere delle gerarchie religiose. Temo che in questo caso la preoccupazione cinese sia proprio il potere delle gerarchie religiose "indipendenti" dal potere centrale. E' probabilmente la stessa motivazione delle difficoltà di dialogo con il Vaticano.
Le difficoltà in Cina stanno aumentando e ne è sintomo il numero di monaci auto-immolatisi anche al di fuori del confine del Tibet (nello Sichuan e nello Yunnan dove vivono comunità di religione buddista-tibetana). E' possibile che il Governo cinesi punti ad attendere la morte del Dalai Lama, sperando che in questo modo diminuisca fortemente l'autorità (e l'autorevolezza) di una gerarchia che vive in esilio all'estero e che è "sostenuta" anche dalla amicizia di molti paesi importanti. Non so quanto il calcolo cinese di sperare che la gerarchia "autoctona" da loro appoggiata possa prendere il sopravvento dopo la morte del Dalai Lama sia fondato.
Temo sia difficile e il rapporto con la gerarchia buddista-tibetana "vera" così come quello con la gerarchia vaticana "vera" dovrà essere rivisto dal Governo cinese e probabilmente affrontato in modo diverso. Con alcuni distinguo.
Il tempo gioca a favore della gerarchia cattolica. In altri casi (ad esempio Russia) si è visto che più la classe media evolve economicamente (dopo l'esperienza comunista), più ricerca libertà religiosa "autentica" oltre che politica. Non so se questo sarà vero per la gerarchia buddista-tibetana perché l'attuale "hanizzazione" rischia di non far crescere molto una classe media tibetana.
Temo comunque che l'armonizzazione delle minoranze non sarà facilissimo e richiederà comunque al Governo cinese una revisione della propria strategia attuale e probabilmente anche l'accettazione di strategie multiple che tengano conto delle forti differenze dei vari contesti. Credo anche che se il Governo cinese guarda al passato in cui è stata la cultura cinese che ha inglobato e "vinto" sulle culture diverse (vedi casi mongolo e manciù, in cui riuscirono a cinesizzare invasori vittoriosi) e pensa di ripetere l'esperienza rischia di non valutare correttamente il fatto che allora loro "imponevano" la loro cultura ad un invasore vittorioso con la forza, ma che quest'ultimo operava (in minoranza numerica) sul loro territorio e nel cuore della loro cultura. Nello Xinjiang e nel Tibet è esattamente il contrario.
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Milano, 29 apr. - Il 21 aprile Stephen Schwarzman, Chairman e CEO del Blackstone Group, ha annunciato in una conferenza stampa nella Great Hall of the People in Beijing il lancio delle Borse di Studio Schwarzman. Ha costituito un fondo di USD 300 milioni per portare 200 studenti (di cui se ne aspettano il 40% statunitensi) a frequentare master annuali alla Tsinghua University di Pechino, la prestigiosa università scientifica (detta anche il MIT cinese) della Cina. I master saranno in lingua cinese e inoltre la borsa di studio organizzerà anche incontri con i leader cinesi. Lo scopo è quello di lanciare l’equivalente - nel 21° secolo - delle Borse di Studio Rhodes che nei due secoli passati hanno portato studenti a Oxford.
L’ambizioso fine dichiarato è: “Creare una cultura di maggiore fiducia e comprensione tra la Cina, gli Stati Uniti e il resto del mondo:”
Considerazioni personali.
1. Studenti italiani: coraggio, potete partecipare anche Voi!
2. Imprenditori italiani: nessuna voglia di emulare il Vostro collega americano?
3. E’ questo un segno del crescente soft power cinese o una controreazione del soft power americano?
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Milano, 08 apr. - Si è concluso, poche ore fa, l’edizione 2013 del Boao Forum for Asia. Iniziato nel 2001, all’isola di Hainan (Cina) è un forum voluto dal Governo cinese e da molti altri Governi asiatici con lo scopo di dibattere ai più alti livelli politici, economici e scientifici i temi strategici dell’Asia. Come tradizione, il forum è stato aperto anche quest’anno da un discorso del Presidente cinese Xi Jinping.
Al forum sono invitati e partecipano personalità di tutto il mondo. Ovviamente la presenza asiatica è dominante. Ma sono molto presenti anche gli Stati Uniti, la Germania, la Svezia e qualche altra nazione europea.
L’Italia NON c’è.
Quest’anno l’unico invitato è stato Massimo Dominici (Università di Modena e Reggio Emilia) in qualità di Presidente dell’International Society for Cellular Therapy (più giovane presidente di questa istituzione e primo non statunitense).
Non faccio ulteriori commenti.
A chi me lo richiederà invierò l’elenco completo degli speaker e degli invitati così come pubblicato oggi sul sito ufficiale del forum.