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HONG KONG

MONG KOK, SOSTEGNO DA PECHINO
SU SICUREZZA DOPO SCONTRI

MONG KOK, SOSTEGNO DA PECHINO<br /> SU SICUREZZA DOPO SCONTRI


Di Eugenio Buzzetti

 

Pechino, 12 feb. - La Cina sostiene le autorità Hong Kong nelle attività di pubblica sicurezza e per punire le attività illegali nell’ex colonia britannica. Lo ha dichiarato in una nota il portavoce del Ministero degli Esteri, Hong Lei, in quello che è il primo riferimento pubblico da parte cinese agli scontri avvenuti nel quartiere di Mong Kok nella notte tra lunedì e martedì scorso, che hanno provocato 64 arresti e 130 feriti. Hong definisce la rivolta “organizzata soprattutto da un’organizzazione separatista radicale” dell'isola.

Hong ha poi elogiato il comportamento delle forze dell’ordine dell’isola che “hanno preso misure efficaci in maniera professionale” nel gestire gli scontri. Da parte del governo centrale cinese, Hong ha infine rinnovato il sostegno nei confronti dell’amministrazione dell’ex colonia britannica, generalmente considerata una delle città più sicure di tutto l’Asia. Per gli incidenti di Mong Kok sono comparsi ieri in tribunale 37 persone accusate di avere preso parte agli scontri con le forze dell’ordine, e altre tre compariranno oggi davanti ai giudici.

 

MONG KOK, IN 38 A PROCESSO PER NOTTE SCONTRI CAPODANNO

 

Pechino, 11 feb. - A processo oggi a Hong Kong i fermati per le violenze della prima notte del nuovo anno lunare, nel quartiere di Mong Kok. Trentotto dei 64 arrestati per le proteste avvenute nella notte tra lunedì e martedì scorso, sono stati accusati formalmente di violenze da un tribunale di Hong Kong. Le proteste della “fishball revolution” sono scoppiate dopo l’intervento della polizia per fermare le vendite di snack e prelibatezze locali da parte degli ambulanti senza licenza, e hanno provocato circa 130 feriti. Gli scontri sono stati segnati dall’uso di spray urticanti e da colpi di avvertimento sparati in aria dalle forze dell’ordine, e da lanci di mattoni, pietre e bottiglie da parte dei manifestanti all’indirizzo degli agenti: le proteste  sono state la manifestazione più violenta dalla fine del movimento pro-democratico di Occupy Central, a fine 2014, che chiedeva la nomina popolare dei candidati per la legge elettorale dell’isola, ipotesi avversata da Pechino. Proprio nel quartiere di Mong Kok, nei primi giorni delle proteste, si erano concentrati i maggiori momenti di tensione tra forze dell’ordine, manifestanti e attivisti pro-Pechino. Altri sedici fermati sono stati rilasciati nelle scorse ore, mentre gli ultimi dieci rimangono in stato di fermo per ulteriori accertamenti.


Tra gli imputati di oggi - 35 uomini e e tre donne, tutti di età compresa tra i 15 e i 70 anni - c’è anche uno dei leader di uno dei movimenti cosiddetti “localisti” dell’ex colonia britannica, Hong Kong Indigenous, che chiede maggiore autonomia per l’isola fino alla completa indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese. L’arresto di Edward Leung - in competizione per un seggio al parlamento dell’isola - è stato confermato nelle scorse ore ai microfoni dell’agenzia Reuters, ma sarebbero almeno venti i membri del gruppo a essere finiti in manette dopo i disordini di Mong Kok. Il movimento è intervenuto nella notte tra lunedì e martedì scorso per “proteggere" gli ambulanti dall’azione della polizia. La sigla di attivisti è considerata tra le più dure nella difesa del territorio dalle influenze cinesi.

Un altro leader del gruppo, Ray Wong, ha postato oggi un messaggio audio su Facebook in cui manifesta il proprio malcontento per la situazione di Hong Kong, su cui grava l’influenza sempre più forte di Pechino, che ha reso a suo dire “irriconoscibile” l’ex colonia britannica. “Anche se il movimento degli Ombrelli ha fallito - continua in riferimento alle manifestazioni di Occupy Central - ha cambiato la mia visione di Hong Kong. Penso che Hong Kong possa cambiare”. Il discorso, riportato dal quotidiano South China Morning Post, si conclude con toni ancora più forti, con un messaggio a tutti i concittadini. “Meglio morire con disonore che sopravvivere in disgrazia”.

 

11 FEBBRAIO 2016

 

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