Agi China 24
2014-03-31 Matisse

Focus

DOCUMENTARIO DI NINO AZZARELLO

C’ERA UNA VOLTA IN CINA…E C’ERO ANCHE IO

C’ERA UNA VOLTA IN CINA…E C’ERO ANCHE IO



di Alessandra Spalletta
Twitter@ASpalletta


Roma, 17 apr. - “Once upon a time in China, and I was there”. Nino Azzarello è un signore palermitano che ha trascorso la vita a promuovere le imprese italiane all’estero, lavorando per l’Ice. Buona parte dei suoi anni li ha spesi tra gli Stati Uniti e l’Europa, ma “c’era una volta in Cina” e c’era anche lui. E questo non è solo il titolo del suo documentario sulla vita quotidiana in Cina durante la Rivoluzione Culturale presentato giorni fa al cineclub Detour di Roma nell’ambito della rassegna “Filmmaking in China”; è anche il racconto di una storia di vita e la testimonianza autentica di una pagina della storia cinese che conosciamo visivamente solo attraverso filmati di propaganda o documentari controllati dalla censura. Quella di Nino invece è l’opera di un cineasta libero (“cameraman per passione non per professione”, scandisce il regista).

 

Era il 1971, Nino si era appena sposato quando accettò un incarico insolito, andare a Pechino a gestire l’ufficio Ice, aperto nel 1964 quando Saragat era alla Farnesina. Insolito perché quelli erano gli anni della Rivoluzione Culturale (1966-76), la Cina era ancora un paese chiuso anche se la fase peggiore del maoismo era passata: Mao, dopo la tragedia del Grande Balzo in Avanti, aveva perso consensi all’interno del partito ed era prevalsa la linea di Zhou Enlai. Il paese stava cercando una via d’uscita dalla secche di anni bui, e cominciava ad aprirsi. Nel 1972 il famoso incontro tra Nixon e Mao preparò il terreno per un nuovo inizio nei rapporti diplomatici tra Pechino e Washington, ma gli Stati Uniti riconobbero la RPC solo nel 1979, essendo stati fino a quel momento legati a Taiwan. Invece l’Italia, con Nenni ministro degli Esteri, allacciò le relazioni diplomatiche con la Cina nel 1970, subito dopo il Canada. “Quando arrivai a Pechino mi sentivo un extraterrestre”, racconta Nino ad AgiChina.

 

Trascorsero il primo mese in albergo, e poi la coppia Azzarello si trasferì nel nucleo embrionale delle residenze diplomatiche a Sanlitun. La cinepresa di Nino riprende dalla strada la moglie radiosa che apre le finestre della loro nuova casa. E poi la sequenza successiva mostra l’insegnante di cinese mentre entra nell’appartamento, “l’unico sfizio culturale che potevamo concederci, non essendoci cinema e librerie, e non parlando una parola di cinese”. E poi la tenerezza e il candore con cui Nino riprendeva qualsiasi cosa gli passasse vicino mentre era a passeggio per le strade di Pechino, nei parchi, nei mercati. “Non avevo studiato la Cina ma fin da piccolo sognavo questo paese, e quando mi fu data la possibilità di venire, ne fui entusiasta”. L’occhio di Nino è soggettivo e forse condizionato dalla passione primordiale per una cultura nella fase del primo incontro, quello che crea l’incanto; ma Nino sapeva cosa stava accadendo, perché i giornali internazionali li leggeva, e non solo: anche il mondo aveva iniziato a scoprire le atrocità di un esperimento destinato a fallire. “L’utopia egalitaria ammantava ogni sguardo di speranza. Sospettavamo che le cose non stessero così, che per pochi era una messinscena, per molti altri una pura illusione”.

 

E’ quello sguardo che la cinepresa di Nino cattura ovunque si rechino i suoi passi. Bambini, donne, uomini, giovani, anziani. Le guardie rosse. Gli spettacoli all’aria aperta. “Erano inconsapevoli di essere indottrinati” , erano come l’occhio di Nino, pieni di tenerezza e candore. E’ una luce che stona nel quadro, perché quelli erano anni cattivi, non buoni. Eppure la Cina autentica è lì, nei cuori semplici di gente capace ancora di provare stupore, nonostante gli enormi sacrifici, la povertà, la miseria. Sacrifici, povertà e miseria che sembrano essere già alle spalle perché “si respirava aria di cambiamento”. A Pechino la città proibita era finalmente aperta ai visitatori, e il Palazzo d’Estate era meta di occhi curiosi alla ricerca di angoli di quiete. E nei rari viaggi concessi dal governo cinese al di fuori della cinta autorizzata di 10 kilometri, verso le Tombe Ming e poi nel sud del paese, a Shanghai, Nino osservò i primi germogli di quel cambiamento che sarebbe giunto di lì a poco. Le immagini raccontano i movimenti di merci nel Bund, l’aria vaporosa e sfavillante che Shanghai ha sempre posseduto, quell’aria frizzante che prelude a tempi nuovi, moderni. E quell’unico negozietto che promette merce a prezzi concorrenziali, primo soprassalto dell’iniziativa privata che poi sarebbe arrivata come onda fragorosa a inondare il mercato qualche anno dopo, con l’arresto della Banda dei Quattro e l’arrivo di Deng Xiaoping quando arricchirsi divenne glorioso.

 

Ma la rivoluzione culturale non era ancora finita, “Mao era stato messo in minoranza all’interno del suo partito. La Rivoluzione Culturale fu il colpo di coda di una belva ferita: Mao per la prima volta aveva vissuto un affronto a cui non era abituato., fu pubblicamente contestato dal Politburo quando emersero le notizie dei danni enormi all’agricoltura, dirette conseguenze delle sue scellerate scelte del Grande balzo in avanti. La Rivoluzione fu dunque il tentativo in extremis di riguadagnare l’autorevolezza e la forza politica che aveva perduto”. Oggi il documentario di Nino Azzarello (2012, in italiano sottotitolato in cinese), che è ritornato in Cina e ha messo a confronto il paese di allora con quello di oggi, attraverso l’incontro con i suoi amici di una volta, il pittore Zhang Shude e il cineasta Liu Haiping, suscita l’interesse e l’approvazione della Cina ufficiale: è materiale prezioso, il ritratto vero di un mondo svanito che chi c’era ha vissuto con occhi ciechi. Nino ha incontrato la CCTV, è stato invitato a presentare il documentario agli studenti dell’Università di Canton. “I giovani di oggi non sanno cosa sia successo in quegli anni,  i genitori sono sempre stati muti. Un giorno mi sono infilato nel McDonald di Wangfujin e ho mostrato ad alcuni ragazzi le immagini del documentario, chiedendo loro cosa fosse. “Io lo so”, fa uno, “E’ la Russia””.

 

Sono immagini rare, rarissime. Perché non frutto di censura o di palinsesti concordati. Viene in mente il capolavoro di Antonioni “Chung Kuo”, girato nel 1972 su invito e autorizzazione del governo cinese. Vi assicuro che il documentario di Azzarello vale altrettanto e ha un elemento di candore che sguscia via dagli occhi vigili della propaganda.



17 aprile 2014

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