Agi China 24
2014-03-31 Matisse

Focus

Abe ci ripensa, un albero a Yasukuni

OBAMA, IL “PIVOT IN ASIA”
RIPARTE DA TOKYO

OBAMA, IL “PIVOT IN ASIA” <br />RIPARTE DA TOKYO


di Claudia Astarita

Twitter@castaritaHK

 

Dal blog Cina 3.0

 

Melbourne, 24 apr. - Per quale motivo una delegazione di 150 funzionari pubblici nipponici ha deciso di organizzare una “gita” al santuario di Yasukuni a Tokyo a poche ore dall’arrivo del Presidente americano in Giappone? E perché, dopo aver saggiamente annunciato che non si sarebbe unito al gruppo, il Primo Ministro Shinzo Abe ha comunque deciso di “essere presente” facendovi recapitare un albero sacro?

 

Un paio di premesse: il santuario Yasukuni non è un “normale” santuario. Perché oltre a ospitare 2,5 milioni di caduti giapponesi, è il luogo in cui sono stati sepolti quattordici ufficiali giustiziati come criminali di guerra dopo il secondo conflitto mondiale, dettaglio che lo ha trasformato nel simbolo del militarismo nipponico, per Tokyo ma anche per Pechino o Seul. Ecco quindi che le continue visite di funzionari di altro grado a Yasukuni sembrano giustificare una necessità tutta giapponese di dimostrare di essere ancora una grande potenza nazionalista, senza alcun tipo di sfumatura religiosa.

 

Sono anni che le visite a Yasukuni creano tensioni nella regione, e in questo caso coincidenza ha voluto che tra l’apertura della Festa della primavera nel tempio shintoista e l’arrivo a Tokyo di Barack Obama ci fossero poche ore di scarto. Eppure, sarebbe stato peggio se i due eventi si fossero concentrati nello stesso giorno. Anche se l’assenza di Abe lascia intuire che, se questa sfortunata sovrapposizione si fosse verificata, il protocollo avrebbe comunque evitato di organizzare una visita così delicata. Perché un conto è se da Yasukuni arriva un selfie di Justien Bieber “capitato lì per caso”, un conto se si organizza un tour ufficiale per il Presidente degli Stati Uniti.

 

Tornando alla delegazione di funzionari giapponesi, anche se il governo sostiene da sempre che “i cittadini sono liberi di professare la propria fede dove e come credono”, quindi anche a Yasukuni, è un dato di fatto che le visite al santuario siano uno dei tanti modi con cui la maggioranza riesce a tenere a bada le critiche dei conservatori e, allo stesso tempo, a sostenere le posizioni nazionaliste all’interno del paese. Questo però non significa che il Governo non sia consapevole di quanto rischioso questo atteggiamento possa essere sul piano internazionale.

 

Ecco perché Abe, a ridosso dell’incontro con Obama, ha inviato “solo” un albero. Del resto, quando a Yasukuni c’è stato di persona, a dicembre, lo hanno criticato tutti, Stati Uniti inclusi. Valeva la pena indispettire Washington proprio quando Tokyo ha bisogno del suo appoggio per tenere testa alle pretese cinese a livello di dispute territoriali e non solo? Certamente no, quindi la fitta delegazione (di profilo medio e medio basso), aiuta a salvare la faccia con i numeri e allo stesso tempo a contenere le polemiche. Un risultato perfetto, soprattutto quando c’è di mezzo questo controverso santuario.

 

Per quale motivo, quindi, l’incontro tra Abe e Obama era così importante da rendere necessario evitare qualsiasi interferenza? Anzitutto, come ai vecchi tempi, questo viaggio di Obama in Asia è iniziato dal Giappone e non da una potenza minore del Sudest asiatico. Il che significa che, oggi più che mai, anche gli Stati Uniti sono interessati a recuperare il proprio rapporto con il loro storico alleato d’Oriente, al punto da “impegnarsi a sostenere Tokyo nelle dispute territoriali con la Cina, perché esistono trattati internazionali che confermano che la sovranità nipponica sulle isole in questione”. Una dichiarazione importante, soprattutto perché rafforzata sia dai riferimenti espliciti alle Isole Senkaku (e non Diaoyu!) e all’articolo cinque del trattato di sicurezza firmato da Stati Uniti e Giappone che le include, sia dall’enfasi posta sulla necessità di evitare che l’escalation di tensioni che sta mettendo a soqquadro la regione continui. 

 

Per i giapponesi, conservatori inclusi, si tratta di un risultato straordinario. Per consolidare il quale, forse, sarebbero persino disposti a mettere da parte il teatrino di Yasukuni. Obama, invece, a che gioco sta giocando? Beh, se da un lato ha indispettito la Cina, dall’altro, forse, ribadendo il proprio sostegno al Giappone, riuscirà ad evitare che sia quest’ultimo a provocare la scintilla che rischia di innescare una nuova guerra nel Pacifico. Dall’altro, però, ha messo Tokyo con le spalle al muro per quel che riguarda il proprio sostegno alla Trans Pacific Partnership. Che grazie alla pedina nipponica farà entrare in una nuova fase il suo ambizioso “Pivot to Asia”.

 

24 aprile 2014

 

 

@ Riproduzione riservata

Luce e Gas