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CRISI MERCATI

FORCHIELLI: GOVERNO HA MOLLATO
LA PRESA, ORA AVANTI CON LE RIFORME

FORCHIELLI: GOVERNO HA MOLLATO<br />LA PRESA, ORA AVANTI CON LE RIFORME


Di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 26 ago. - Non si ferma la caduta delle borse cinesi dopo il doppio taglio ai tassi di interesse e ai requisiti di riserva obbligatori di ieri. E dopo i crolli dei giorni scorsi, Shanghai è in rosso anche oggi. La sindrome cinese non si è arrestata e nel mirino sono finiti di nuovo i grandi broker della Cina: Haitong, GF, Huatai e Founder, sotto indagine per negligenze e per "trading illegale" di azioni. A essere coinvolto c'è anche Citic, il maggiore broker del Paese, che per ora non conferma le indagini a suo carico. "Ormai il governo si è reso conto di avere sbagliato la prima volta spendendo 150 miliardi di dollari per salvare il mercato - dichiara ad Agi Alberto Forchielli, presidente di Osservatorio Asia - E ora ha dato la stura". La Borsa di Shanghai, continua, è "molto speculativa. La gente non gioca in Borsa, gioca ai cavalli. Questo è un gratta e vinci, non è una borsa. Si gonfia a dismisura e poi si sgonfia. Gli operatori in giro per il mondo si fanno impressionare: sono emotivi. Lo sgonfiamento della bolla cinese non ha nessun impatto sull'economia".

 

I crolli di questi giorni hanno ampliato i dubbi sulla tenuta dell'economia cinese anche sui mercati azionari di tutto il mondo, con il bagno di sangue di lunedì scorso, che ha coinvolto le borse europee e occidentali. La crisi del modello di crescita della Cina non è però un fatto nuovo. "I segni di rallentamento in Cina sono presenti da due anni - continua Forchielli - Se gli utili aziendali fossero cresciuti in misura importante e se i ricavi fossero cresciuti in misura importante, le dimensioni della bolla sarebbero minori. Nonostante la caduta che la Borsa ha avuto, oltre il 40% da giugno, ha sempre un utile di oltre il 50%. E' ancora in bolla adesso".

 

A fare tremare di nuovo i mercati era bastato, il 15 agosto scorso, un comunicato in cui il governo cinese ventilava l'ipotesi di interrompere l'aiuto diretto sui mercati pur promettendo di continuare a sostenerli. I crolli sono seguiti a catena. Settimana scorsa è stata le peggiore dall'inizio della crisi, a giugno, con il 12% di perdite, prima del bagno di sangue di questi giorni. A peggiorare la situazione erano intervenuti anche i dati dell'economia, con un manifatturiero ai minimi degli ultimi 77 mesi ad agosto, secondo le prime stime. La Borsa di Shanghai è passata dal profondo rosso dell'8 luglio scorso al "lunedì nero" del 24 agosto e al "martedì da incubo" di ieri, entrambe le definizioni coniate dagli organi di stampa cinesi. Oggi, dopo il doppio taglio ai tassi di interesse e ai requisiti di riserva obbligatori di ieri, il secondo caso dopo il doppio taglio di giugno, Shanghai ha chiuso ancora in ribasso dell'1,27%.

 

I crolli degli ultimi giorni hanno già fatto discutere gli analisti sui possibili effetti politici dello sgonfiamento della bolla cinese. Qualcuno, come Willy Lam, uno dei massimi esperti di elites politiche cinesi, ipotizza un futuro a tinte fosche per il premier, Li Keqiang. Sarebbe un errore, però, per Forchielli, metterlo adesso sulla graticola. "I poteri li ha presi Xi Jinping. Si è messo a capo di tutti i comitati e Li Keqiang non conta più niente. Se lo cacciano è perché non serve a niente, ma sarebbe come ammettere che sono stati fatti errori clamorosi". Un rimpasto, nel 2017, quando ci sarà il prossimo Congresso del Pcc, non è però da escludere. "Può darsi che non faccia dieci anni, ma solo cinque, e poi cambino il primo ministro - commenta Forchielli - Cacciarlo adesso sarebbe un'ammissione aperta di crisi". Il problema è più ampio, per l'analista italiano, e per risolverlo occorrono le riforme. Per cominciare occorre "tagliare gli investimenti delle imprese pubbliche, spingere sull'innovazione e spingere sul welfare risolvendo il problema dell'hukou", il sistema di registrazione familiare in Cina, che penalizza, ancora oggi, una gran parte della popolazione rurale rispetto a quella urbana.

 

Non sarà facile. A complicare il tutto c'è quello che definisce un "clima di terrore" diffuso. "La Cina si è resa un Paese indesiderabile - sostiene l'analista - Non credo che risulti piacevole a tutti un sistema in cui comanda uno solo, in cui non si sa chi conta, in cui vige un clima di terrore, in cui i valori occidentali devono essere rifiutati e dove le imprese straniere vengono vessate". Al netto della polemica, ci sono poi, problemi strutturali da risolvere. Tra questi, Forchielli cita il taglio dei poteri delle imprese pubbliche, il contenimento delle spese delle banche e il controllo delle spese pazze delle amministrazioni locali. "Queste sono le cose da fare - conclude - ma sono transizioni epocali. Un aggiustamento economico con un forte strozzamento politico non si è mai visto".

 

26 AGOSTO 2015

 

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