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Cina e Vaticano

BERGOGLIO SCEGLIE PECHINO,
DALAI LAMA PIU' ISOLATO

BERGOGLIO SCEGLIE PECHINO,<br />DALAI LAMA PIU  ISOLATO


di Federico Brusadelli *

 

Roma, 18 dic. - Nella provincia del Gansu - il corridoio multietnico che fin dai tempi della “via della Seta” collega la Cina con il più remoto Occidente - non lontano dall’antico monastero di Labrang, un tibetano di 33 anni, Sangye Khar, si è dato fuoco martedì davanti a una stazione di polizia. Secondo Radio Free-Asia, si tratterebbe della 134esima persona a immolarsi in nome dell’indipendenza del Tibet dal 2009. All’incidente ha fatto seguito, da parte della autorità cinesi, la consueta stretta sulla sicurezza per impedire una diffusione delle proteste; sono partiti d’altronde da queste zone di “frontiera” - in cui le tensioni inter-etniche fanno penare i governanti non certo da oggi - i disordini che funestarono la vigilia delle Olimpiadi di Pechino.

 

Il fatto, di per sé drammatico ma purtroppo non nuovo, avveniva nel mezzo dei festeggiamenti per la commemorazione della nascita di Tsongkhapa, il venerato fondatore dei Gelug-pa, o Berretti Gialli, la “setta” che grazie all’alleanza con i Mongoli divenne, a partire dal XVI secolo, il principale centro di autorità politica e religiosa del Tibet.   

 

Ma il sacrificio di Sanghye Khar seguiva di pochi giorni un “incidente” - anch’esso non nuovo - che vedeva protagonista il Dalai Lama (che dei Gelug-pa è il capo). In visita a Roma per il summit dei Premi Nobel per la Pace (spostato in Italia dopo che il Sudafrica, in nome della robusta amicizia che intrattiene con la Repubblica popolare cinese all’interno dei cosiddetti Brics, aveva rifiutato di concedere il visto proprio al capo del buddhismo tibetano), il leader spirituale non è stato ricevuto dal Papa. “Avrebbe infastidito la Cina”, titolava senza tanti giri di parole il Times of India. E nonostante il messaggio di stima che il Segretario di Stato, il cardinal Parolin, ha rivolto al Dalai Lama a nome di Francesco, non ci sono dubbi che alle spalle della decisione della Santa Sede vi siano ragioni eminentemente diplomatiche.

 

Non è un mistero che il primo papa gesuita intenda far fruttare l’eredità del confratello Matteo Ricci (1552-1610), che con la sua visione “inter-culturale” del cristianesimo riuscì a farsi schiudere le porte della Città Proibita: da mesi, ormai, si vocifera di un intenso lavoro semi-ufficiale per scongelare i rapporti tra Vaticano e Cina. Lo stesso Parolin, scelto da Bergoglio come suo “primo ministro”, è da decenni un profondo conoscitore della realtà oltre la Grande muraglia. 

 

La controversia principale ruota attorno all’annoso problema della nomina dei vescovi cinesi: il Partito comunista - in nome di una visione “monocentrica” del potere - non accetta che a sceglierli sia Roma, costringendo alla clandestinità i fedeli che rifiutano di aderire alla Chiesa patriottica controllata da Pechino. Si tratta di un punto sul quale - già dai tempi di Benedetto XVI (il quale non a caso dopo un primo incontro con Tenzin Gyatso, ne “mancò” altri due) - ci si confronta in un difficile lavoro in punta di diritto (canonico) e di diplomazia.  

 

I segnali positivi, come è stato già notato, si susseguono fin dal giorno dell’elezione di Francesco al soglio pontificio. Certo, la traiettoria non sembra così lineare (non lo è mai, in Cina), e alle attenzioni riservate al Pontefice si alternano repentine chiusure, come nel caso della demolizione di numerose chiese cattoliche decisa recentemente dalle autorità di Wenzhou, nella provincia orientale del Zhejiang. Ma la chiusura dei Sacri Palazzi al Dalai Lama non è di certo passato inosservato, a Pechino. Con grande dispiacere di chi sognava un incontro fra i due leader spirituali più popolari del pianeta, la realpolitik ha vinto. Come osserva Andrea Tornielli su Vatican Insider, “Il Papa non è il leader di una «superpotenza» spirituale che si confronta con le superpotenze terrene, ma guarda alla realtà concreta della minoranza cristiana che vive in Cina” e “questo tener conto delle possibili conseguenze per le comunità locali viene difficilmente compreso da quanti rimproverano alla Santa Sede silenzi o compromessi”.

 

Sta di fatto che, nonostante l’immutata stima globale di cui gode, il Dalai Lama appare più isolato. E non solo sulla scena internazionale, dove anche sullo specchio della difficile “questione tibetana”si riflette la crescita, esponenziale, della potenza cinese. Anche all’interno della comunità tibetana non mancano i “nemici”. Da chi lo accusa di essere ormai troppo accondiscendente con Pechino (complici le ripetute condanne dei gesti di auto-immolazione e di violenza) a chi lo contesta per ragioni - apparentemente - religiose, come nel caso dei seguaci del culto Shugden, che lamentano mancanza di tolleranza religiosa proprio dal leader di una minoranza perseguitata.

 

Tutto questo mentre già si preparano i giochi per la successione, con il Partito comunista che, paradossalmente, difende le procedure “religiose tradizionali” di individuazione del nuovo Dalai Lama, mentre l’attuale capo spirituale - come affermato in una recente intervista al Welt am Sonntag - auspica, forse con un filo di stanchezza, chissà, di esserne l’ultima incarnazione.

 

18 dicembre 2014

 

* Giornalista, dottorando presso l'università degli studi di Napoli L'Orientale

 

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