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CINESI "MALE IN ITALIA", LINGUA,
RIMPIANTI E PREGIUDIZI TRA LE CAUSE

CINESI  MALE IN ITALIA , LINGUA, <br />RIMPIANTI E PREGIUDIZI TRA LE CAUSE


di Sonia Montrella

Twitter@SoniaMontrella

 

Roma, 21 mag. – Sono i cinesi, secondo l'ultimo rapporto dell'Istat, quelli che tra tutti i cittadini stranieri presenti in Italia si trovano peggio. Non solo. Sul piano della competenza linguistica risultano essere i più svantaggiati a causa delle forti differenze connesse alla lingua di origine. E così, penalizzati dalla lingua, i cinesi insieme agli indiani e ai filippini nella maggior parte dei casi hanno una rete di conoscenze composta da soli connazionali. La fotografia, insomma, è a tinte fosche.

 

Come molti stranieri emigrati in Italia, i cinesi condividono il sogno di ritornare al proprio paese di origine, ma per Marco Wong, presidente di Associna e rappresentante della comunità cinese in Italia, "nel caso dei cinesi la grande crescita economica e il fatto che molti lavorino nella filiera dei prodotti e importati dalla Cina, fa sì che il ritorno faccia parte di una reale prospettiva e il paragone tra il paese lasciato, coi suoi progressi, diventi frequente e quindi la lacerazione che genera il conflitto migratorio è più presente, insieme a un maggiore rimpianto di avere forse fatto una scelta sbagliata". Questo giustifica quindi una certa insoddisfazione - spiega ancora Wong ad AgiChina - "però bisognerebbe anche sentire quelli che sono effettivamente ritornarti e una volta in Cina si accorgono di essere diventati più italiani di quel che si pensava e di pensare che l'Italia è nel frattempo diventata una seconda, importantissima casa".

 

Ad allargare il fossato, due lingue così lontane l'una dall'altra. "Le difficoltà tecniche legate alla lingua sono enormi. Io stessa appena arrivata a Roma feci molta fatica. poi il mio lavoro nel giornalismo mi ha aiutato a superare quelle difficoltà", racconta ad AgiChina Hu Lanbo,  direttrice della rivista Cina in Italia, scrittrice, da 25 anni in Italia, che continua: "Non è così per tutti. Alcuni cinesi non hanno un adeguato livello di istruzione di partenza, oppure lavorano tutto il giorno, ed è raro che la sera, stanchi, si dedichino allo studio della lingua. Per i cinesi di seconda generazione la situazione èdiversa e si stanno integrando pian piano". La pensa così anche Wong: "Molti cinesi lavorano in filiere in cui si può lavorare anche senza sapere bene l'italiano. Ci sono tanti che lavorano nell'import o nell'indotto generato dalle aziende cinesi e di cinesi per i quali le relazioni con italiani sono scarse. Oltre a questo molti pensano di stare solo un breve periodo in Italia e quindi si arrendono più facilmente alle innegabili difficoltà linguistiche".

 

Penalizzati dalla lingua, insieme ai filippini, gli immigrati dell'ex Impero celeste tendono a tessere una rete di relazioni composta di soli connazionali.

 

Va meglio per le seconde generazioni che "non hanno le difficoltà linguistiche dei loro genitori e quindi hanno una rete di conoscenze più ampia, quello che caratterizza la loro rete relazionale dipende poi dal loro livello di educazione e dal tipo di lavoro che scelgono" sostiene Wong. "Una buona parte sceglie di lavorare nelle aziende familiari, nelle quali spesso scelgono il ruolo aziendale che ha maggiori interazioni con stranieri o italiani. Un'altra parte decide di scegliere un percorso proprio, di affermazione sociale verso ruoli professionali diversi da quelli dei genitori e che spesso rispecchiano le stesse ambizioni dei loro coetanei italiani. Un'altra parte ha ricevuto spesso una educazione internazionale e quindi emigra a sua volta, in America o paesi di lingua anglosassone. La fotografia quindi delle seconde generazioni è molto colorata e variata, come si addice a una situazione dinamica".

 

E se i cinesi sono tra coloro che si trovano peggio, sostiene Hu Lanbo, la colpa è anche dell'Italia, a iniziare dai giornalisti che salutano positivamente "i maxi accordi tra Cina e Italia, ma parlano degli immigrati cinesi solo in modo negativo" . "Offrono un servizio superficiale, perché è vero che esiste nella comunità gente disonesta, ma rappresenta una minoranza e non si puo' generalizzare". A pochi è noto ad esempio - osserva la direttrice - che "i cinesi lavorano sempre e comunque nonostante siano gli unici a essere sottoposti a continui controlli in negozi, aziende e ristoranti". O che mentre "l'Italia fa fatica a far conoscere i propri prodotti in Cina, gli immigrati fanno la loro parte nella promozione, portando a casa ciò che hanno conosciuto qui e che hanno imparato a consumare". A entrambi Hu Lanbo rimprovera - per così dire - la scarsa curiosità, per il vicino che viene da lontano e per il Paese in cui si vive da anni.

 

21 maggio 2015


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