
Come sarà il 2009 in Cina sul fronte degli investimenti diretti esteri? Se lo sono chiesto economisti ed esperti di affari cinesi il 13 gennaio scorso, durante un seminario al JW Marriott Hotel di Shanghai organizzato dalla China Economic Review. Il biennio 2006-2008 ha riservato agli investitori stranieri una serie di cambiamenti radicali. Dall’inizio dell’anno scorso gli imprenditori venuti dall’estero non godono più di una serie di sgravi fiscali che le autorità cinesi concedevano a chi investiva in determinate regioni: gli incentivi, adesso, arrivano solo per chi sceglie di lanciarsi in attività espressamente incoraggiate dal governo (dall’hi-tech alla logistica; dall’agricoltura alle energie rinnovabili), con le uniche eccezioni delle province centrali e occidentali del paese. In aumento anche i settori in cui gli investimenti diretti stranieri sono espressamente vietati, oltre a quelli tradizionalmente di “interesse nazionale”: no ai progetti eccessivamente inquinanti o rivolti esclusivamente verso le esportazioni. La mossa andava inquadrata nella ferma volontà del governo centrale di aprire una sorta di “fase 2.0”, per anteporre la qualità dello sviluppo ai ritmi vertiginosi della crescita degli ultimi anni e imporre un modello non più basato esclusivamente sui bassi costi dell’immensa forza lavoro cinese. Ma si trattava di decisioni prese qualche mese prima dell’esplosione della crisi globale. Negli ultimi mesi la Cina ha dovuto fare i conti con un forte calo degli investimenti esteri; solo nel novembre scorso i progetti approvati sono scesi del 25% rispetto allo stesso periodo del 2007, e si prevedono ulteriori diminuzioni anche nel 2009. In questa situazione si può ancora anteporre la qualità alla crescita? Secondo l’avvocato della Harris & Moure di Seattle Steve Dickinson, uno dei partecipanti al forum della China Economic Review, le condizioni non sono più propizie. “I fattori macroeconomici che potevano sostenere una politica del genere erano l’inflazione dei prezzi, la crescita costante delle esportazioni e degli investimenti diretti esteri, i flussi continui di liquidi. Si sono tutti capovolti in meno di un anno. Lo stesso Wen Jiabao, in un recente articolo, ha sottolineato che la crescita economica del paese è di importanza ‘capitale’, e tutte le ultime azioni del governo sembrano confermare questa tendenza. Credo che la Cina continuerà a puntare su un modello di sviluppo orientato sulle esportazioni”. Un’analisi in parte confermata dai calcoli del professor Wang Yijiang, docente di economia e management delle risorse umane presso la Cheung Kong Graduate School of Business di Pechino: “Abbiamo una forza-lavoro totale di 800 milioni di persone, di cui il 40% nelle città e il 60% nelle campagne. 150 milioni di immigrati interni provenienti dalle campagne lavorano nelle città, e se ne aspettano altrettanti nei prossimi anni. 10 milioni di persone entrano nella forza-lavoro ogni anno e al momento ci sono 10 milioni di neo laureati in cerca di un primo impiego; ma l’economia cinese crea solo dai 6 agli 8 milioni posti di lavoro ogni anno. Ecco perché la Cina non può permettersi di rallentare: una crescita inferiore all’8% annuo rischia di creare enormi stravolgimenti sociali”. Cosa devono aspettarsi, quindi, gli investitori stranieri per il 2009? Secondo Steve Dickinson, un parziale ritorno al passato: “Torneranno i sostegni al low tech e al manifatturiero totalmente orientato alle esportazioni, ma i progetti catalogati come proibiti, ad esempio quelli ad alto tasso di inquinamento o ad alto tasso di dispendio energetico, rimarranno tali. Non verranno incoraggiate le fusioni e le acquisizioni e non verrà permesso di investire direttamente sul settore immobiliare, ma credo che avremo comunque dei cambiamenti sul fronte fiscale. Assisteremo a un ritorno degli sgravi sulle imposte per il valore aggiunto, di cui beneficeranno soprattutto gli investitori stranieri del low-tech e quelli più orientati alle esportazioni”. Grazie alla crisi globale, insomma, in Cina è anno nuovo ma vita vecchia.