Economia
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Il bivio delle riforme
(economiche)
di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest
Hong Kong, 17 mag. - Quale sarà la linea che il governo cinese adotterà per affrontare le riforme economiche? Una domanda non oziosa se a poche ore di distanza il presidente e il primo ministro si esprimono a riguardo con opinioni che rivelano alcuni punti fermi che la Cina adotterà come guida per il nuovo corso economico. Secondo alcune indiscrezioni di oggi, Xi Jinping intende premere l'acceleratore sulle riforme, in particolare sulla liberalizzazione dei tassi di interesse e sulla revisione del sistema fiscale per le amministrazioni locali, uno dei maggiori crucci per Pechino, alle quali verrebbe destinato un gettito più ampio dell'attuale per gli investimenti in infrastrutture. Lo scopo è quello di evitare il ricorso alla vendita dei terreni per raccogliere i fondi necessari alla costruzione delle opere: secondo le stime dell'agenzia di rating Fitch, alla fine del 2012, il debito delle amministrazioni locali era salito a 12850 miliardi di yuan -dai precedenti 10700- una cifra pari al 25% del prodotto interno lordo. Non solo: le novità in campo economico sarebbero accompagnate anche da un provvedimento che milioni di persone attendono da tempo, la fine dell'odiato sistema di registrazione familiare, noto come hukou, che vincola i cittadini al luogo di origine per avere pieno accesso al welfare.
Una squadra di economisti scelti dallo stesso Xi sarebbe già al lavoro e il presidente in persona si aspetta molto da loro: "vuole un reale cambiamento" dice alla Reuters una fonte interna. Il problema è come: il primo ministro Li Keqiang ha scoraggiato gli investitori smentendo l'eventualità che misure ad hoc per la tenuta della ripresa fossero allo studio del governo. I mercati sono ancora volatili, aveva detto mercoledì scorso ai microfoni del China Securities Journal il primo ministro, e un intervento politico non farebbe altro che turbarli ulteriormente, con la conseguenza di creare nuovi problemi e rischi finanziari, che Pechino vuole a tutti i costi allontanare. Il senso del discorso di Li Keqiang era chiaro ai presenti: nel futuro della Cina ci sarà più mercato e meno Stato. Una conclusione dettata anche dagli ultimi risultati. I dati di aprile hanno mostrato una fragilità nella ripresa del Dragone, nonostante la bilancia commerciale sia tornata in attivo per 18 miliardi di dollari. Il settore manifatturiero è calato pesantemente rispetto a marzo anche se continua a rimanere in espansione. Le stime degli analisti sono state riviste al ribasso per il 2013 -con Bank of America/Merryll Linch che ha ridimensionato la crescita del Dragone al 7,6% entro fine anno rispetto all'8% preventivato- anche se il governo dovrebbe riuscire a centrare l'obiettivo del 7,5% dichiarato a marzo scorso.
Le riforme economiche sono all'ordine del giorno da diverso tempo in Cina, ma la precedente amministrazione targata Hu Jintao-Wen Jiabao ha sempre evitato di inaugurare un nuovo corso, preferendo rivolgersi a misure temporanee per tamponare le situazioni di crisi, come era successo nel 2008, all'indomani della crisi finanziaria globale, alla quale il governo aveva reagito con un pacchetto di stimoli all'economia da 4000 miliardi di yuan che aveva evitato al Paese di risentire dei contraccolpi al sistema, ma che aveva portato al pesante indebitamento delle amministrazioni locali. Assieme al piano di urbanizzazione da 40mila miliardi di yuan che porterà nei prossimi dieci anni 400 milioni di cittadini a vivere nelle città di seconda fascia, la Banca Centrale cinese ha allo studio anche un piano per la graduale apertura del proprio mercato finanziario. Le riforme avranno il compito di evitare la trappola del Paese a reddito medio, cioè il rallentamento della crescita economica coniugato con la stagnazione dei livelli di reddito medio percepito dalla maggioranza della popolazione.
Per vedere il piano completo di riforma bisognerà, però, ancora attendere: la presentazione del nuovo impianto del sistema economico è prevista per il terzo plenum del Comitato Centrale, ad ottobre prossimo. Un appuntamento quello del terzo plenum che del Cc, che già in passato si era rivelato foriero di cambiamenti importanti nella storia del Paese, come quando nel 1978, Deng Xiaoping aveva inaugurato le riforme economiche, o come nel 1993, quando era ufficialmente iniziata l'era del "socialismo di mercato" che avrebbero portato alla crescita del settore privato negli anni in cui fu primo ministro Zhu Rongji, uno dei politici più amati dai cinesi e che conta molti discepoli agli alti livelli della politica attuale, tra cui il vice primo ministro Ma Kai e il ministro delle Finanze, Lou Jiwei. Oggi, secondo gli esperti, sarà più difficile che venti anni fa inaugurare una nuova stagione di benessere economico per l'intero sistema, e il principale ostacolo potrebbe arrivare dalla resistenza al cambiamento dei colossi di stato che godono di un accesso al credito quasi illimitato alle condizioni attuali, a scapito dei privati. Ma Xi Jinping sembra intenzionato a invertire la rotta e a raggiungere attraverso le riforme quel "sogno cinese" di cui parla da tempo e che sembra destinato a diventare, già oggi, la caratteristica principale dei suoi anni da presidente.
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