Agi China 24

Ipse Dixit

di Francesco Palmieri

I BUONI E I CATTIVI

I BUONI E I CATTIVI<br />


di Francesco Palmieri


Roma, 13 mag.- Laddove e qualora fosse lecito abbandonare, per poco momento, il punto di vista convenzionale sui rapporti fra la Cina e il Tibet. Qualora e laddove residuasse inappagata curiosità dopo la mappatura terzaniana di un'Asia dei buoni e dei cattivi (può succedere) o dopo le delucidazioni sul buddhismo di Jacopo Fo (persino questo può succedere). Ecco che in questa particolare condizione d'animo uno potrebbe leggere, o rileggere, la seguente pagina di Giuseppe Tucci: "Il Tibet, ad onta della sua pietà, è stato sempre propenso a far la guerra, anzi i migliori soldati sono stati i monaci, i quali, quando se ne porgesse il destro, si trasformavano in guerrieri per difendere con accanimento i propri conventi piantati tutti come fortezze sulle cime dei monti. Se il Tibet si infiacchì, ciò accadde proprio per troppo guerreggiare, clan contro clan, regione contro regione, setta contro setta, onde, dilaniandosi in lotte interne, nessuna parte poté vincere l'altra, ed allora, vista la mal parata, non mancò chi ricorse all'intervento straniero: e così, con la pace cominciò la schiavitù e con la schiavitù si spense lo spirito militare". Il passo, nel volume Tra giungle e pagode, è del 1953. E per questo si può valutarlo come un commento ponderato all'invasione del Paese delle Nevi avvenuta tra il '49 e il '50.

Appena sopra quelle righe Tucci pose, non per caso, una riflessione sul buddhismo necessaria a un libro che parlava al pubblico più o meno vasto: "Il Buddhismo, come tutte le religioni, quando si trattava di difendere i propri interessi, sapeva trovare una giustificazione alla guerra con quella casistica sottile, della quale i teologi di tutto il mondo sono scaltri maestri. Con passi delle scritture i cavillosi dottori documentavano come potesse legittimarsi la dura ed inevitabile necessità di combattere e persino di uccidere, naturalmente per salvare il peccatore, perché questi non oltre si macchiasse di orribili inespiabili colpe; poco importava loro che coteste scritture fossero tarde e che il Buddha avesse inculcato il più assoluto pacifismo". Se sono osservazioni acquisite per chi abbia pure solo moderata cognizione degli sviluppi mahayanici, suonerano forse spiacevoli a chi ne abbia un'idea di terza(niana) mano e attribuisca la spada - o la scimitarra – in esclusiva alle religioni del Libro.

A complemento informativo - sempre "laddove e qualora" come sopra - è adeguatissimo il volume Adventures of a tibetan fighting monk di Tashi Khedrup, la cui edizione fu curata dall'insigne tibetanista britannico Hugh Richardson nel 1986, perché rende testimonianza precisa dei Dob-dob, i "corpi speciali" dei monaci guerrieri con i loro stili e costumi alla vigilia dell'invasione cinese (per dire: "Some of the older Dob-dob would go to a restaurant, or a gambling house or go to look for girls").

En passant ma non tanto, visto che si parla sempre di presunti buoni e cattivi: nella prefazione a  Tra giungle e pagode, che racconta della sua quarta spedizione in Nepal, l'autore ringrazia Giulio Andreotti, il quale persuaso dell'utilità dell'impresa "rese possibile" promuoverla e compierla sotto gli auspici dell'Istituto per il Medio ed Estremo Oriente. Tucci, che aveva reperito il resto della somma per il viaggio dalla tasca personale, rivolse il grazie ad Andreotti anche a nome di "quanti con me auspicano un più vivo interesse dell'Italia per queste iniziative che sembrano farsi sempre più rare". (Rare allora, oggi estinte).

Un "grazie" a belzebù, se non bastasse, gocciava pure dalla prefazione al libro A Lhasa e oltre (1950), dove si narra della spedizione nella capitale tibetana: "Nel momento più grave l'interessamento dell'onorevole Andreotti spianava la strada…".

La curiosità, scrisse Conrad, è "un sentimento molto selvaggio" e fa varcare - laddove e qualora inappagata - quella linea d'ombra tra buoni e cattivi che alcuni pretendono di tracciare per tutti.

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