Open Wall: l’opera che l’artista Shan Shan Sheng aveva presentato alla 53esima biennale di Venezia (2009) è ora esposta all’interno di ‘The Urban Footprints Pavilion’, uno dei cinque padiglioni della sezione ‘Theme Pavilions’, localizzata nella zona ovest (Puxi) del parco Expo.
Nel sito www.openwallproject.com, si legge che il concept della sua opera è l’attuale apertura della Cina al mondo, non solo dal punto di vista economico ma anche culturale. Ancora, che i momenti di criticità – che naturalmente sono sorti, sorgono e continueranno a sorgere quando due culture profondamente diverse, ma al contempo di pari spessore e importanza, come quella occidentale e cinese si confrontano – è rispecchiata nella trasparenza e nell’opacità dei singoli mattoncini di vetro che compongono l’Open Wall. Il messaggio che Lei vuole trasmettere è molto forte e profondo. A chi si rivolge idealmente? Il suo interlocutore di riferimento è occidentale, cinese o è, per così dire, ‘privo di passaporto’?
La mia è un’opera d’arte contemporanea, quindi il messaggio che desidero trasmettere è multilivello. Partiamo analizzando il titolo, Open Wall. Un ‘muro’ è per definizione una ‘parete ottenuta dalla sovrapposizione di pietre e mattoni’ costruita per delimitare uno spazio all’interno di cui si vuole impedire l’accesso. ‘Murare’ significa ‘chiudere’. Il titolo che io ho scelto per l’opera è quindi una contraddizione e vuole essere una provocazione. Sempre analizzando il titolo, in secondo luogo, viene il riferimento al Great Wall (la Grande Muraglia) che, per me che sono cinese, rappresenta un simbolo di identità nazionale. Veniamo al materiale con cui è stato realizzato: il vetro permette di vedere attraverso e, in questo senso, contrasta nuovamente l’idea di ‘muro’. E’ fragile, prodotto nei periodi di calma e non di guerra – quando invece la produzione si concentra sui metalli – e per questo motivo simboleggia la pace e la ricerca di un accordo e di una mediazione. La scelta inoltre non è ricaduta su un vetro comune bensì su quello di Murano. L’ho scelto non solo perché artisticamente questo tipo di vetro può essere considerato un’opera d’arte in sé e per sé, ma anche e soprattutto come tributo al veneziano Marco Polo, che per primo ha cercato di stabilire uno scambio culturale tra la Cina e l’Europa. La prima volta che mi sono recata a Murano è stata nel 1999, invitata dallo Studio Berengo. Da allora, visito la città ogni anno e ogni volta mi cimento nella la produzione di vetro artistico. Oramai posso dirmi un’esperta. Il significato dell’opera ora vi è forse più chiaro: è un invito a riflettere, ai ‘muri’ che sono innalzati tra diverse genti, nazioni, religioni, culture, valori, background; ed è un invito che desidero estendere a tutti, che travalica le frontiere della Cina e abbraccia l’intera popolazione del pianeta. Per questo, spero che il mio Open Wall possa viaggiare il lungo e in largo, e che il suo messaggio possa contagiare e ispirare il maggior numero di persone.
2208 è l’età anagrafica della Grande Muraglia (iniziata nel 564 a.C, l’opera è stata conclusa nel 1644 d.C) , 2208 sono i mattoncini dell’Open Wall, e su ciascuno è inciso un anno del calendario lunare cinese. Ci sono altri parallelismi tra la sua opera e quella costruzione storico che può essere considerato l’icona della Cina e della storia della Terra di Mezzo?
In effetti, un altro parallelismo c’è. Ogni mattone in vetro di Murano è uguale per dimensioni a quelli utilizzati per la costruzione della Grande Muraglia. Abbiamo fatto delle ricerche per individuare la grandezza di un ‘mattone standard’ usato nell’epoca della dinastia Ming, e il nostro riferimento è 36cm x 18cm x 9cm. Si tratta tuttavia un’approssimazione: poiché la produzione in vetro di Murano è artigianale, le dimensioni di un singolo mattoncino potrebbero variare leggermente. L’Open Wall misura 20 metri in lunghezza, 2 metri in altezza e 80 centimetri di spessore.
Ci ha raccontato di aver seguito personalmente la produzione dei mattoncini in vetro di Murano, in collaborazione con lo Studio Berengo. Il lavoro è stato a Sue spese o ha avuto delle sponsorship?
Ho avuto numerose sponsorship, tuttavia continuo a cercarne delle altre. Nella fase di produzione, abbiamo realizzato circa 100 mattoncini supplementari a quelli necessari alla realizzazione dell’Open Wall. Questo per due motivazioni principali: la prima, nello sfortunato caso in cui qualche mattoncino si rompa; la seconda, per venderli. Il costo di un mattoncino è pari a 2000 euro. Pagando questo prezzo, gli sponsor non solo divengono sostenitori attivi dell’Open Wall, ma divengono di fatto possessori di un mattoncino, che è comunque un’opera d’arte in edizione limitata.
Sempre nella presentazione dell’opera, all’interno del sito, i mattoncini sono definiti una ‘una moneta culturale’. Una delucidazione: cosa intende con quest’espressione?
La mia opera – nel suo complesso – si propone di essere un ‘ambasciatore culturale’; quindi i mattoni che lo compongono – considerati singolarmente – sono anch’essi degli ‘ambasciatori culturali’. Ogni mattoncino ha un valore simbolico e, in futuro, poiché parte integrante di un’opera d’arte e realizzato in edizione limitata, potrebbe avere anche un valore economico.
I colori da Lei scelti per i mattoncini sono rosso, giallo e dorato. Quali motivazioni alla base della scelta di questi colori?
Ho scelto il rosso per tre motivi: 1) perché è il colore che rappresenta per eccellenza la Cina; 2) perché, nella tradizione cinese, è associato alla ricchezza e alla felicità; e 3) perché è un colore particolarmente caro anche alla città di Venezia, nella tonalità di ‘rosso veneziano’. Ho invece scelto il giallo per due diverse ragioni: 1) perché era il colore degli abiti dell’imperatore, quindi simbolo dell’Impero; e 2) perché è presente nella bandiera di Venezia, a fianco del rosso. La scelta del colore dell’oro, si fonda sul fatto che, universalmente, è il simbolo della bellezza, del potere e della gloria.
Venendo alla sua biografia, Lei è nata a Shanghai nel 1957, è cresciuta negli anni della Rivoluzione Culturale, si è spostata negli Usa nel 1982 – dove ha studiato e si è laureata in Fine Arts nello stato del Massachusetts – e ora vive e lavora a San Francisco. Pensa che la sua storia e esperienza personale influenzi le sue opere?
Certamente la mia vita ha influenzato e influenza le mie opere. I miei lavori sono principalmente legati alla cultura cinese e questo riflette le mie origini cinesi. Al contempo, però, nelle mie opere mi avvalgo di ‘mezzi occidentali’ per esprimere la cultura cinese e questo rispecchia il fatto che ho vissuto metà della mia vita in occidente. Dal binomio tra cultura cinese e strumenti espressivi occidentali, credo e spero di creare qualcosa di unico e interessante.
Lei è un’artista di fama internazionale, stimata e apprezzata tanto dalla critica orientale che occidentale, e le sue opere sono disseminate in giro per il mondo. Qual è l’opera che le più cara? Quale ci consiglierebbe di andare a vedere?
È difficile sceglierne una. Oltre a Open Wall, suggerirei di vedere Ocean Waves, sul Cruise Terminal di Miami.
In poco tempo, ha partecipato alla biennale di Venezia e all’Expo di Shanghai. Ci potrebbe raccontare qualche curiosità in merito ai processi di selezione e all’organizzazione nei due diversi contesti? Ad esempio, partecipare a quale dei due eventi è stato più difficile?
Ironicamente, i processi di selezione per la biennale di Venezia e per l’Expo sono stati entrambi molto difficili; e similmente difficili. Entrambi si caratterizzano per essere lunghi e laboriosi. Ad esempio, a Venezia, mi avevano originariamente detto che la mia opera sarebbe stata esposta presso la Riva dei Sette Martiri, mentre dopo lunghe discussioni, la location finale è stata presso l’isola della Certosa. Per l’Expo, il Museo di Shanghai – che ha curato il ‘The Urban Footprints Pavilion’, nel quale è ospitato Open Wall – organizzava una riunione a settimana, cui era necessario presenziare. Vivendo a San Francisco, è stata mia madre a rappresentarmi in queste occasioni.
Infine, un’ultima domanda. Ci può svelare i suoi progetti futuri?
Sto già lavorando ad un nuovo progetto, Fantasy Forest. Una foresta di vetro che sarà esposta a Xi’an, capitale della Cina all’epoca della dinastia Tang. Ancora una volta userò il vetro di Murano per suggellare il viaggio che Marco Polo fece lungo la Via della Seta, di cui peraltro, Xi’an – all’epoca Chang’an – era un estremo.
di Giulia Ziggiotti