Agi China 24

L'intervista

FABIO CAVALERA

autore del libro "Repubblica (im)popolare cinese"

autore del libro  Repubblica (im)popolare cinese <br /><br />


Hu Jintao e Wen Jiabao come gli “stabilizzatori” della Cina. Deng Xiaoping come colui che, gia’ nel 1978, era stato in grado di prevedere tendenze e problemi dei successivi trent’anni. E Li Keqiang e Xi Jinping, leader designati della “quinta generazione”, come gli uomini chiamati a gettare le basi per una graduale riforma politica. Repubblica (im)popolare cinese (Bompiani), il nuovo libro di Fabio Cavalera, ex corrispondente a Pechino del Corriere della Sera (ora di base a Londra), nasce per presentare al pubblico italiano i protagonisti della vita politica ed economica della Cina recente e attuale: «Della Cina si parla sempre di piu’, ma lo si fa senza conoscerne i protagonisti – dice Cavalera -. Sappiamo tutto di Obama, di Sarkozy, di Berlusconi. Come possiamo continuare a ignorare chi sono i motori di un Paese che e’ destinato a contare sempre di piu’ nel mondo?». Per capire un Paese, spiega Cavalera, bisogna conoscerne i “cervelli”. Perche’ descrivendo le vite, le personalita’ e le storie degli uomini che hanno avuto in mano le redini della Cina dal 1978 a oggi, si puo’ intravedere anche il volto di Pechino domani.

D. Cavalera, non e’ facile frugare tra le vite dei leader cinesi.

R. I dettagli della vita dei leader cinesi degli ultimi trent’anni credo siano scritti soltanto in qualche dossier di partito, accessibili a pochissimi. Le informazioni piu’ intime sui dirigenti della Repubblica popolare sono blindate.
  Persino incontrarli di persona e’ un’impresa praticamente impossibile. Tuttavia, anche osservarli da lontano e’ un esercizio interessante. E necessario. Capire da dove vengono, in che famiglia sono cresciuti, quali disgrazie hanno vissuto gli uomini che muovono la Cina e’ il primo passo per capire chi sono.

D. Come ha selezionato i protagonisti del suo libro?

R. Per prima cosa si e’ trattato di valutare chi sia stato il personaggio che ha cambiato le cose in Cina, che ha invertito la rotta dopo la morte di Mao. Il libro parte quindi dalla figura di Deng Xiaoping, il vero artefice delle riforme che hanno rivoluzionato il volto della Repubblica popolare, e dal suo discorso programmatico del dicembre 1978. Riforma economica, riforma del sistema legale, burocratizzazione, apertura al mondo: il futuro della Cina e’ tutto in quelle parole. Parole profetiche. Trent’anni fa, Deng aveva previsto i problemi e le sfide della Cina di oggi.

D. Qual e’ stato il lascito di Deng?

R. Deng e’ stato l’ultimo rivoluzionario, l’ultimo vero comunista. Per lui, la parziale apertura della Cina al mondo non doveva mai mettere in discussione la centralita’ del partito.
  Gli errori compiuti con la strage di Tian’anmen (fu Deng a mandare i carri armati in piazza), non sminuiscono la sua statura politica. Era un uomo coraggioso, paziente e caparbio. Un innovatore, nel cui solco si sono mossi i leader successivi.

D. Nel libro li descrive tutti.

R. Ho voluto approfondire il volto delle generazioni politiche venute dopo Deng. Da Jiang Zemin, il suo successore, fino agli esponenti designati della “quinta generazione”, quella che guidera’ la Cina fino al 2020. Jiang Zemin, salito al poter dopo la strage di Tian’anmen, era un uomo politico oscuro ai piu’, un “fedele” un po’ grigio, e tuttavia capace di accreditare la Cina nel mondo [fu lui a firmare l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, ndr]. Dopo la sua accelerazione verso un’economia piu’ aperta, fin troppo aperta, sono arrivati Hu Jintao e Wen Jiabao, i leader attuali. Interpreti fedeli del denghismo.

D. In che senso?

R. Con loro la Cina ha cominciato a frenare sugli eccessi prodotti durante il “regno” di Jiang e a promuovere uno sviluppo piu’ equilibrato. Ecco allora l’attenzione all’ambiente e alle campagne e gli sforzi per bloccare gli eccessi speculativi. Ecco la consapevolezza che la stabilita’ del Paese e’ una priorita’, perche’ senza stabilita’ non c’e’ sviluppo. In nome della stabilita’ si sacrifica tutto.
  Anche la liberta’.

D. Denghisti anche in politica estera?

R. Hu e Wen sono partiti dal solco denghista dell’apertura, ma si sono spinti oltre la sua politica del “basso profilo”. La Cina di oggi non e’ piu’ defilata. È un Paese che vuole far valere il proprio peso, che e’ capace di condizionare le relazioni internazionali e di subordinare la politica estera agli obiettivi di sviluppo e di crescita interni.

D. La quinta generazione sara’ come loro?

R. La quarta generazione non ha fatto alcun passo verso una riforma politica. Io credo che il compito di Hu e Wen sia affidare alla quinta generazione un Paese stabile. Tocchera’ ai loro successori, infatti, cominciare a discutere almeno una minima apertura sul fronte politico interno. Le biografie dei leader designati, Xi Jinping e Li Keqiang, mi sembrano adatte. La loro esperienza della Cina maoista e’ molto limitata e la loro carriera, oltre che nel partito, si e’ sviluppata con lo studio e i viaggi all’estero. Sono persone consapevoli dell’esistenza di diversi sistemi politici nel mondo e del fatto che in Cina c’e’ un problema di liberta’. Non potranno non domandarsi come dare spazio a una maggiore circolazione delle idee. Non aspettiamoci balzi verso la democrazia parlamentare, pero’. Questa non appartiene alla tradizione cinese.

D. Nel libro si parla anche dei  “manovratori” dell’economia cinese.

R. Sono i personaggi che hanno in mano le chiavi del miracolo. Non potevo non parlare del governatore della People’s Bank of China, Zhou Xiaochuan, uno dei padroni del mondo: ha in tasca duemila miliardi di dollari di riserve valutarie e mille miliardi di dollari investiti nei titoli di Stato americani. Poi ci sono Chen Deming, vicepremier responsabile dell’economia nazionale, a cui spettano tutte le decisioni macroeconomiche, e Wang Qishang, ministro al commercio, un personaggio cruciale visto che l’export e’ stata la chiave di volta della crescita cinese. Ho presentato anche la storia di Liu Chuanzi, manager della Lenovo, l’azienda di Stato convertita in Spa che si e’ mangiata IBM.

D. Ha scoperto cosa anima l’imprenditoria cinese?

R. La struttura imprenditoriale in Cina si ispira all’unico principio del capitalismo, il profitto. Il solo obiettivo degli imprenditori cinesi e’ diventare sempre piu’ grandi e fare sempre piu’ soldi. In Cina non ho visto nessuna interpretazione “romantica” della missione imprenditoriale.

D. L’ultimo ritratto del libro e’ dedicato a una coppia di dissidenti, Hu Jia e Zeng Jinyan.

R. Quando si parla dei protagonisti della Cina degli ultimi trenta anni non bisogna dimenticare che c’e’ un punto, quello della dissidenza, che e’ rimasto in sospeso. Un capitolo che la leadership cinese non vuole aprire, ma che la influenza, pur se in modo indiretto. Ho scelto la storia paradossale e gravissima di Hu e Zeng, blogger e attivisti perseguitati, per ricordare l’esistenza di questo punto sensibile e critico, che sta al centro dei rapporti tra la Cina e l’Occidente.

di Emma Lupano

 

 

 

 

 

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