Agi China 24

L'intervista

Lijia Zhang

Giornalista free-lance per le maggiori testate internazionali e autrice del libro “Il Socialismo è grande!”, di Cooper editore

Giornalista free-lance per le maggiori testate internazionali e autrice del libro “Il Socialismo è grande!”, di Cooper editore


"Socialismo e' grande"
A sedici anni Lijia eredita un posto fisso - “dalla culla alla tomba”  -  in una fabbrica di missili. La madre ha accettato una proposta di prepensionamento a condizione che la prole possa prendere il suo posto. Un colpo di fortuna, considerati i tempi, ma la giovane operaia sogna in realtà di diventare una giornalista. Lijia svolge un lavoro ripetitivo e mortifero; per evadere, inizia a studiare di nascosto la lingua inglese. Le sue evasioni le creano non pochi problemi in fabbrica – dove viene presa di mira dai colleghi che ne fanno oggetto di ripetuti scherzi – in tempi dove farsi la permanente o indossare un indumento colorato, e quindi “eversivo”, avrebbe precluso ogni possibile promozione.
"Socialismo è grande" (Cooper Editore  461 pagine, 18 euro), raccoglie le memorie di una giovane donna cinese. Un romanzo autobiografico; collettivo e soggettivo al tempo stesso perché ripercorre un’epoca di grande cambiamento. Ed è proprio attraverso l’autobiografismo tout-court che la scrittrice ricompone i tasselli della sua formazione sentimentale e professionale, restituendo alla memoria la cronaca di un difficile passaggio di vita con un linguaggio lirico ma semplice, stilisticamente complesso, ma diretto, da cui emerge la compostezza del dolore innestato su una forma inedita di umorismo. Lijia Zhang scrive in inglese. Il suo libro è stato censurato in Cina.

L’intervista.

Lijia Zhang ci riceve con un sorriso in attesa della presentazione del suo libro. E’ alta, luminosa, elegante.
Indossa un qipao, l’abito tradizionale cinese, e ha una chioma folta che le scende sulle spalle incorniciandole il viso in una posa “esotico chic”. Intrattiene chi è venuto ad ascoltarla parlando senza ostentare falsa modestia, nè celando la propria sicurezza, e infila una battuta dietro l’altra. Disinvolta e brillante, si presenta come una sintesi tra la Cina classica e la Cina contemporanea. Passa dai canti patriottici al caso Google; incanta con il fascino di una cultura millenaria di cui ha deciso di farsi testimonial vivente, impugnando la sua missione con maturità intellettuale. “Quando mi chiedono perché abbia deciso di scrivere un libro di memorie nonostante non sia così avanti con l’età, rispondo che è vero, non sono così vecchia: ma ho deciso di scriverlo lo stesso. Evviva le memorie!”.

D: Cominciamo dal titolo del suo libro. Perché “Socialismo è grande!”?

R: Premetto che la scelta non è stata mia, ma del mio editore. “Socialismo è grande!” è il titolo di una canzone patriottica  che ascoltavo spesso mentre lavoravo in fabbrica.  In origine celebrava l’anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese (ndr, 1° luglio 1921), ma successivamente era entrata a far parte del repertorio patriottico ed era spesso intonata dal popolo cinese. Mi ricordo che durante una delle prime presentazioni del libro a New York, si avvicinò un signore e mi disse indignato “Ma come ha potuto permettere che venisse scelto un titolo del genere? Non lo sa che la parola socialismo suscita negli americani sentimenti di forte dissenso?”.  In realtà, la canzone evoca una nostalgia autentica e genuina per i tempi maoisti e post-maoisti, caratterizzati da una sorta di innocenza ideologica. Tanto che nel rievocare la melodia, i ricordi si confondono e mi vengono in mente le parole di una canzone d’amore.

D: Le sue origini sono cinesi. È nata a Nanchino, ha vissuto la maggior parte della sua vita in Cina e, dopo un lungo periodo trascorso a Londra, oggi risiede a Pechino, dove lavora come scrittrice e giornalista freelance per la stampa internazionale. Ma il suo libro è scritto in inglese. Come definirebbe la sua identità culturale?

R: Mi sento cinese anche se scrivo in inglese. Ho scritto il libro in inglese perché volevo rivolgermi a un pubblico internazionale, non mi interessava il mercato locale. Ero inoltre consapevole che non sarebbe stato semplice pubblicare il mio romanzo in cinese. E i fatti hanno confermato i miei timori: persino la recensione del libro pubblicata sul New York Times è stata censurata nell’edizione cinese dell’International Herald Tribune.

D: Perché più attenzione al pubblico internazionale?


R: Mi ritengo una scrittrice privilegiata. Le mie origini sono cinesi, ma ho avuto la possibilità di viaggiare e vivere a lungo in Occidente. Sento quindi di far parte di quel ristretto gruppo di cinesi con una visione interna del proprio paese e che, grazie alla conoscenza diretta dell’Occidente, possono costituire un ‘ponte’ tra le due culture. Negli ultimi anni, la Cina è stata percepita dai paesi occidentali come una minaccia. Il suo nuovo ruolo di potenza economica ha suscitato un diffuso senso di ansia e di preoccupazione. Personalmente ritengo che buona parte di questi timori siano imputabili a un fattore di non conoscenza. Per questo mi piace pensare che una scrittrice come me possa avere una missione: suggerire al pubblico internazionale delle chiavi di lettura attraverso cui conoscere il vero volto della Cina. Il mio Paese vanta una storia e una cultura millenaria. Soltanto conoscendone il passato, si può comprendere e apprezzare la realtà contemporanea.

D: Nei suoi articoli tratta spesso temi di attualità. Ci potrebbe fornire un’istantanea della Cina di oggi dopo un anno difficile (crisi finanziaria internazionale) e ricco di ricorrenze (anniversario della strage di Tian’anmen e il sessantesimo della fondazione della RPC) come il 2009?


R: Credo che il 2009 sia stato un anno veramente difficile ed abbia messo a dura prova anche la Cina. Tuttavia, contrariamente a quanto avevano previsto molti analisti e politologi, la Cina ha saputo reagire alla crisi, affermandosi addirittura come il motore della ripresa globale. La Cina sta quindi godendo di un momentum ampiamente favorevole. Riconosco però la presenza di numerosi nodi sfidanti: il crescente tasso di disoccupazione (che colpisce soprattutto i neo-laureati e i cosiddetti lavoratori ‘fluttuanti’, ovvero i lavoratori che si spostano dalle campagne alle città alla disperata ricerca di un’occupazione), la galoppante inflazione, la disparità dei redditi sia tra i diversi strati sociali sia tra le regioni costiere e quelle interne, la riforma del sistema scolastico e sanitario. Ma sono ottimista: il popolo cinese è intelligente e ha sempre dimostrato di essere un gran lavoratore; il nostro governo ha compiuto grandi sforzi per migliorare la natura democratica delle proprie istituzioni, benché la strada da fare sia ancora lunga. Insomma, la mia visione è critica ma non negativa. Alla classe politica potrei suggerire di agire con maggiore cautela, soprattutto in ambito di politica internazionale, dove, come accennavo prima, l’immagine della Cina è ancora fragile. Occorre l’opera acuta di un bravo PR che sappia migliorare l’immagine della Cina nel mondo.

D: Avanzando un audace parallelismo tra il passato e il presente, tra le Guardie Rosse di ieri e i “Fengnu Qingnian” (la gioventù arrabbiata/indignata) di oggi, come percepisce le istanze nazionaliste dei giovani cinesi?

R: A mio parere, non c’è da preoccuparsi. Credo siano semplicemente orgogliosi di essere cinesi come mai prima d’ora. A dire la verità, vedo una società cinese molto commerciale e globalizzata, ben poco interessata alla politica.

D: Proseguendo sui temi politici, potrebbe offrirci la sua lettura della realtà cinese?

R: La Cina si auto-definisce un paese socialista. Agli occhi dell’Occidente, la Cina si presenta ancora con un sistema politico non democratico e un sistema legale vischioso, poco trasparente. Questa è però solo una mezza verità. Si deve riconoscere a Pechino il merito di aver rilanciato il sistema economico. Oggi il vibrante tessuto economico cinese garantisce un migliore livello di vita alla popolazione e offre maggiori libertà economiche alle nuove generazioni. Rispetto a quando ero giovane io, la situazione è completamente cambiata. Naturalmente non difendo la Cina quando emette una dura sentenza nei confronti di Liu Xiaobo o condanna a morte un giovane inglese per il consumo di droghe, se è oltretutto risaputo che quest’ultimo soffre di disturbi psichici; ma ritengo che l’ampliamento delle libertà personali costituisca già un traguardo considerevole. Vi racconto un aneddoto: nella Liming, l’azienda dove lavoravo (la più grande impresa statale di Nanchino, posta sotto la competenza del ministero dell’Industria Aerospaziale), non sono mai riuscita ad avere una promozione perché avevo la permanente! Ancora, le istanze di uno studente che contribuì ad alimentare il movimento di piazza Tian’anmen nell’89 erano “Un paio di Nike; il tempo libero per portare la propria fidanzata al bar; la libertà di poter discutere di certi argomenti”. Se l’affermazione della democrazia in Cinaè ancora lontana,  sono tuttavia ottimista: gradualmente la Cina si muoverà verso una maggiore apertura politica e la tutela dei diritti umani. Per usare una metafora a me cara, la Cina è ancora una gabbia, ma questa gabbia è più grande di un tempo ed è sufficientemente grande per viverci.

D: Cosa significa fare il giornalista in Cina?

R: Premetto che sono una giornalista freelance e scrivo per le testate internazionali. Nello svolgere il mio lavoro non ho mai riscontrato particolari problemi. Ma la stampa nazionale funziona diversamente. Non che si ignori il giornalismo d’inchiesta (ottimi esempi sono Il Southern Weekend e il SCMP), ma l’andamento delle pubblicazioni è altalenante.

D: Cambiando ora completamente argomento, siamo curiosi di sapere qual è il suo scrittore cinese preferito…

R: Tra tutti prediligo Ge Fei. I suoi ultimi lavori però non mi sono piaciuti come i primi. In generale, la produzione letteraria contemporanea cinese è troppo commerciale. Sono tempi inquieti, per la letteratura. I cinesi non sono più alla ricerca di libri ‘buoni’, leggono i manuali da bestseller su come diventare ricchi o su come trovare un marito miliardario. Anche se all’ultimo Salone del Libro di Francoforte la Cina è risultata il Paese con il più alto numero di pubblicazioni, è la qualità  e non la quantità che conta.

D: Il suo libro può essere definitivo sia un’autobiografia personale sia una biografia collettiva. Tramite la sua esperienza si possono infatti ripercorrere le principali tappe della metamorfosi culturale e socio-politica della Cina. Come ha proceduto nella stesura del romanzo?

R: Scrivere è sempre stata la mia aspirazione e ritengo che la scrittura mi permetta di dare un senso alla mia esistenza (il successo poi mi ha addirittura cambiato la vita!). Di solito si scrive un’autobiografia perché si è ‘vecchi’ o perché si ha fatto qualcosa di importante. Io non sono ancora così avanti con l’età e non ho fatto nulla di particolare, ma sentivo di avere lo stesso qualcosa da comunicare. All’inizio del romanzo, la cui stesura complessiva è durata quattro anni cui si aggiunge un anno di ‘editing’, ho raccontato le mie esperienze cercando di essere sincera, trascrivendo le mie memorie così come i ricordi affluivano alla mente. Poi, grazie alle conoscenze apprese nel corso del Master in scrittura creativa conseguito a Londra nel 2004, ho dato un taglio commerciale al testo. L’idea di fondo è rimasta comunque inalterata: spinta dal mio ‘egocentrismo’ volevo raccontare la mia storia, affinché i miei occhi fossero una finestra privilegiata con cui il lettore potesse avvicinarsi alla Cina.

D: Nel suo romanzo dominano le figure femminili, in primis quella di nonna Nai, verso la quale affiora un attaccamento viscerale. Ci può spiegare?

R: Mia nonna era una donna dolcissima. Le ero affezionata e l’ammiravo perché, nonostante avesse vissuto una vita difficile, non aveva mai perso la sua gentilezza d’animo.

D: Cina degli anni 80 e Cina odierna a confronto. Affetti a parte, cosa più rimpiange di quegli anni, che sono poi quelli che lei descrive nel romanzo?

R: L’innocenza e gli ideali. Oggi la società è troppo commercializzata. E esteticamente, gli siheyuan che sono stati spazzati via da autostrade e grattacieli. Voi, in Italia, avete avuto rispetto del vostro patrimonio culturale. In Cina, invece, le città sono state deturpate per fare spazio alle costruzioni moderne.

D. Letteratura e web. L’attuale scontro della Cina con Google la inquieta? Quali sono a suo avviso i possibili scenari che riguardano la libertà degli internauti cinesi?

R. Il governo vorrebbe utopisticamente esercitare un controllo pieno sul web. Ma è inevitabile che il controllo sfugga progressivamente di mano. In Cina l’accesso ad alcuni social networks come twitter e facebook è bloccato, ma sono in molti a bypassare la censura grazie all’uso dei proxy. La Cina dovrà a mio avviso trovare un equilibrio tra controllo e profitto. Perché la vita di molti giovani cinesi ruota oggi attorno al web e, nel caso specifico dello scontro con Google immagino che verranno presto convocati dei negoziati per sciogliere l’impasse.

Di Alessandra Spalletta e Giulia Ziggiotti
Con la collaborazione di Miriam Castorina


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