AgiChina24 ha incontrato Jung Chang il 5 maggio a Milano nell’ambito del ciclo di incontri “Conoscenza ed esperienza umana” organizzato dal Centro Culturale di Milano
Milano, 10 mag. - Da Guardia Rossa nella provincia del Sichuan a scrittrice di bestseller. Dalla Cina maoista all’Inghilterra neo-liberale. “Cigni selvatici” e l’incontro con suo marito (Jon Halliday, il co-autore della sua seconda opera, “Mao: la storia sconosciuta”) marcano le fasi finali di un lungo processo di riabilitazione dagli anni del terrore maoista. Ha mai avuto paura di tornare a stabilirsi in Cina?
Lasciai la Cina nel 1978. Avevo 26 anni quando partii con un gruppo di 14 studenti cinesi grazie a una delle prime borse di studio concesse dal governo cinese dopo la morte di Mao. Che io sappia, fui la prima persona della mia provincia - una su 90 milioni - a recarmi in Occidente per un soggiorno di studio. Quando conseguii il dottorato di ricerca in linguistica, all’Università di Londra, fui la prima studentessa della Cina comunista ad ottenere questo titolo di studio in un istituto universitario inglese. Quando arrivammo a Londra, l’Ambasciata cinese ci impartì chiari ordini: ad esempio, ci era proibito frequentare i pub londinesi, la cui traduzione cinese evocava i bar frequentati da donne nude, di malcostume. Un giorno, mossa da un’insostenibile curiosità, uscii di soppiatto dall’università e attraversai la strada di corsa: avevo pochi minuti per mettere il naso dentro al pub dall’altro lato della strada - una trasgressione che non mi sarebbe stata perdonata - e verificare con i miei occhi l’esistenza di quel mondo proibito. Ma provai una profonda delusione quando, invece delle donne nude, apparvero alla mia vista solo uomini compassati con grandi boccali di birra. Negli anni seguenti sono tornata spesso in Cina, quasi ogni anno. Mia madre vive ancora in Cina, a Chengdu. Ed è proprio in Cina che ho effettuato le ricerche per scrivere il mio primo libro, Cigni Selvatici. Nonostante il libro fosse stato censurato, dopo la sua pubblicazione nessuno mi impedì di tornare in Cina ed iniziare le ricerche per il secondo libro.
I suoi libri sono vietati in Cina, ma lei continua ad avere libero accesso in territorio cinese. Censurata è l’opera, non l’autrice. I sui libri, però, sono stati pubblicati a Hong Kong e qualche copia pirata è arrivata anche in Cina. I cinesi continentali potrebbero leggere le sue opere, se lo volessero.
Se ne fossero capaci. I siti internet da dove è possibile scaricarle vengono regolarmente oscurati.
E’ in contatto con chi sfida la censura per leggere i suoi libri in Cina?
Certamente. Ho avviato le prime ricerche per il mio prossimo libro, e incontro molta gente. Hanno letto i miei libri, e per questo mi accolgono in modo particolarmente caloroso. Il regime di oggi non è minimamente paragonabile a quello di Mao. In epoca maoista sono stati presi di mira milioni di innocenti. L’obiettivo da colpire nel regime attuale, invece, è solo ciò che può rappresentare una minaccia reale. Il mio secondo libro “Mao: la storia sconosciuta”, ad esempio, è una minaccia alla legittimità del Partito perché rivela la natura sanguinaria di Mao Zedong, tutt’oggi il venerato fondatore della RPC. Ma se il mio libro è considerato un’opera sovversiva, la mia persona non reca alcun fastidio. Ovviamente non sono completamente libera: mi è stata negata una vita pubblica, in Cina, e quindi non posso apparire nei programmi televisivi o intervenire in radio.
In altre parole, la tollerano perché non ha voce nei mezzi di informazione.
Proprio così. Certo, questo stato di libertà parziale mi rende infelice. E’ molto frustrante non poter pubblicare i propri libri nel paese in cui si è nati.
Sua madre, che ha avuto un ruolo pregnante nella stesura della sua prima opera, vive ancora in Cina. Dopo il successo di Cigni Selvatici - un’opera, ricordiamo, censurata -, all’inizio avete temuto per la sua incolumità, ma sua madre non ha mai subito alcun tipo di ritorsione. Un verso segnale che la Cina è cambiata davvero?
Oggi in Cina neanche le famiglie dei dissidenti politici che vivono all’estero sono perseguitate.
“I cinesi oggi sono liberi di esprimere opinioni critiche rispetto all’operato del governo cinese. Ma nessuno osa parlare male di Mao, anche se è morto da tempo. La paura ereditata dalla precedente generazione è ancora irrisolta”. Mao è anche alla base della legittimità formale del Partito Comunista Cinese. Come si legge in un articolo di Francesco Sisci (La Stampa), un saggio del Xueshi Shibao (il giornale teorico della Scuola Centrale del PCC) indica un imminente riforma politica che ridurrebbe il potere del Partito: si tratta di un dibattito interno meramente teorico oppure il segnale di un cambiamento reale? E che tipo di cambiamento?
Di sicuro non strutturale. Riformare seriamente il Partito implicherebbe, ad esempio, rinunciare a un nome – comunista – che oggi è solo di facciata. Anche se ritengo che il Partito oggi non abbia un fondamento ideologico, un processo di demaoizzazione avrebbe conseguenze devastanti. La destalinizzazione avviata da Kruscev non ha compromesso l’esistenza del Partito Comunista Sovietico. Ma in Cina è diverso: rinnegare Mao significherebbe mettere in discussione l’intero apparato (“socialismo di mercato”). E’ un’operazione dinanzi alla quale la classe politica cinese è ancora impreparata. Il PCC – a prescindere da quanto possano essere liberali gli esponenti della classe politica – deve tenere unito il Paese. Una vera riforma - l’affermazione del pluralismo democratico - annienterebbe l’unità interna. Un sistema monopartitico, repressivo ma non troppo: per il Partito, è questo l’unico modello da adottare per garantire la stabilità del Paese.
Recentemente un’economista italiana ha scritto un libro dal titolo “Maonomics” che, partendo dall’analisi della crisi finanziaria e dalla comparazione tra il modello occidentale (perdente) e quello cinese (vincente), sostiene che il capitalismo funziona meglio nel regime comunista cinese che nel sistema democratico occidentale. E’ d’accordo? Il patto sociale tra la classe politica e la classe media è solido?
La Cina è diventata il Paese di oggi perché ha saputo garantire alla gente migliori condizioni di vita. La repressione delle libertà politiche è tollerata nella misura in cui la gente ha i soldi per comprare l’auto, la casa, e garantire un’istruzione ai figli. Condizioni di vita impensate fino a 30 anni fa. Se vogliamo chiamarlo Patto Sociale…Ma la Cina ha potuto gestire questa transizione (da economia pianificata a socialismo di mercato) non perché abbia mantenuto le caratteristiche di un sistema comunista, ma proprio perché ha rifiutato il modello maoista, creandosi una nuova identità. Il successo della Cina è la storia del successo del capitalismo liberale d’impronta occidentale. La differenza tra la Cina e il mondo occidentale, è che la prima si regge ancora su un regime monopartitico di natura autoritario, ed ha quindi una strada ancora lunga da percorrere.
Parliamo del suo ultimo libro. Dodici anni di ricerche, una pluralità di fonti (tra cui gli archivi sovietici, che avete potuto consultare grazie alla conoscenza del russo di suo marito), un elenco infinito di testimonianze (dagli interpreti alle domestiche di Mao). Pensava che ci avrebbe messo tre anni, convinta di sapere già tutto di Mao. Invece poco a poco scopriva di sapere poco o niente, ad esempio, su come fosse Mao da piccolo, e dei motivi che lo spinsero a convertirsi alla causa comunista. E allora, perché Mao divenne Mao?
Vuole dire, perché Mao divenne il dittatore sanguinario che fu? L’incontro con Stalin, avvenuto nel 1927, fu fondamentale. Stalin riconobbe in Mao la figura del leader che avrebbe potuto guidare al successo il Partito Comunista Cinese, all’epoca una piccola fazione. Le istruzioni dei Sovietici erano: “Uccidi, uccidi, uccidi”. La cultura cinese tradizionale condanna gli omicidi e le torture. Mao all’improvviso aveva incontrato una cultura che legittimava la teoria del massacro; fu per lui una sorta di liberazione dai vincoli culturali.
Il suo libro sfata molti miti…
Mao fece La Lunga Marcia – 12 mesi e 10mila km - seduto in portantina a leggere. Chiang Kai-Shek agevolò, non ostacolò, la conquista dell’Armata Rossa perché suo figlio era tenuto in ostaggio dai sovietici, e annientare l’esercito comunista ne avrebbe peggiorato le sorti. Il Grande Balzo in Avanti causò 30-40 milioni di morti. Durante la Rivoluzione Culturale Mao annientò la vita di milioni di innocenti e desertificò la cultura del Paese. Potrei andare avanti per 960 pagine…
Nel suo libro Mao è descritto come un dittatore fortemente influenzato da Stalin, senza nessuna pietà per le sue vittime, abile nel manipolare le persone, animato da una forma di sadismo e mosso esclusivamente dall’affermazione del potere personale. L’uso del terrore distingueva la dittatura maoista. Non aveva nessuna delle caratteristiche idealmente attribuite ai leader rivoluzionari. Com’era Mao nella vita privata? Come è possibile che un intero popolo abbia vissuto per tanti anni sotto la cappa maoista?
Mao amava svegliarsi in un letto per metà coperto di libri: leggere al risveglio era il suo hobby preferito (ma negava l’accesso alla cultura a milioni di cinesi); amava circondarsi di giovani donne (famosa l’insaziabilità con cui Mao tradiva le mogli). Mao non era abile nel guidare l’economia del Paese; era un discreto poeta ma non un bravo oratore. Non aveva presa sulle masse, ma i suoi punti di forza risiedevano nella capacità di manipolazione e ricatto all’interno di un gruppo ristretto di persone, centralizzando le decisioni sotto il suo diretto controllo; aveva messo in piedi una macchina del potere con la quale era in grado di controllare l’intero Paese. Aveva una determinazione senza limiti - proprio quel genere di risolutezza mono-maniacale richiesta da Stalin.
Come ha potuto plagiare un intero popolo? Sono nata nel 1952, in un mondo isolato, impermeabile alle informazioni esterne. Gli stranieri erano stati messi alla berlina, e Mao era l’unico cibo che mangiavamo, l’unica aria che respiravamo, l’unica cultura che assorbivamo. Da bambini le promesse e i giuramenti venivano siglati con la formula “I swear to Chairman Mao” (“Lo giuro sul nome del Presidente Mao”). Eravamo stati sottoposti al lavaggio del cervello. Il culto di Mao era costruito sul terrore. I miei genitori erano alti funzionari del Partito; durante la Rivoluzione Culturale, mio padre fu arrestato e torturato. Fu condannato a una morte prematura. Ci dicevano che il regno di Mao fosse il paradiso, e allora io mi chiedevo: se questo è il paradiso, come sarà allora l’inferno? Quando nel 1966 la mia fiducia per il Presidente Mao iniziò a vacillare, ero così sconvolta che volevo suicidarmi.
Aveva 14 anni quando iniziò a mettere in discussione il mondo in cui viveva. Ci ha raccontato, però, che perse fiducia nel sistema maoista, non nella figura di Mao, come vi fosse una dicotomia tra il leader comunista e la società da lui creata. Ancora oggi i cinesi addebitano gli orrori perpetrati dal regime maoista alla quarta moglie di Mao, Jiang Qing.
E’ una cosa assurda. La moglie di Mao non era nessuno. Non aveva il controllo dell’esercito, non aveva strumenti di potere diretti. La Banda dei Quattro eseguiva alla perfezione i mandati di Mao con una devozione ideologica. Queste persone hanno distrutto il Partito Comunista e hanno messo sotto sopra la Cina. Senza il supporto di Mao, come avrebbero potuto, ad esempio, torturare a morte il Presidente Liu Shaoqi, che era il numero due del Partito, e traumatizzare il Politburo? Ma i cinesi non possono ammettere le vere colpe di Mao, sono frenati da una sorta di blocco psicologico, che si traduce in un sentimento di paura. I giovani di oggi non vivono questa paura sulla propria pelle, ma la ereditano dai genitori, dagli insegnanti, che ancora ne sono soggiogati.
Siamo rimasti molto colpiti dal racconto delle mogli di Mao (di cui la quarta, Jiang Qing, fu processata dopo la morte di Mao e si suicidò in carcere nel 1994). Mao le tradiva, le abbandonava, non aveva cura dei figli. Hanno avuto una vita tragica, in particolare la seconda – Yang Kai -ui – che fu uccisa a 29 anni per mano dei nazionalisti dopo la conquista di Changsha da parte dell’Armata Rossa, e la terza – Gui Yuan -, che lasciò Mao dopo la Lunga Marcia, si trasferì in Russia dove visse fino all’età di 74 anni in preda a ricorrenti crisi di nervi.
Gui Yuan non scelse di aderire alla Rivoluzione, ma ne fu risucchiata. Era una ragazzina di 16 anni quando nel 1926 l’Armata Rossa (The Nothern Expedition Army) arrivò nel paese in cui viveva – la contea di Yongxin -, un ricco centro provinciale nel Nord della Cina che prescriveva una vita claustrofobica per una ragazza della sua età (figlia del proprietario di una sala da tè, era stata educata nella scuola missionaria diretta da due donne finlandesi). L’arrivo dei comunisti segnò una svolta nella sua vita di adolescente: si tagliò i capelli corti, divenne una cheerleader; insomma, d’un tratto fu catapultata in un mondo pieno di azione. Quando fuggì a Jinggangshan – che divenne in seguito la base dell’Armata Rossa – Mao, che all’epoca era sposato con la seconda moglie – molto innamorata di lui - e aveva tre figli, iniziò a corteggiarla. Una corte che Gui Yuan non ricambiò subito: Mao era più vecchio – 34 anni – e lei era oggetto di attenzione da parte di uomini più avvenenti. Alla fine cedette, e Mao abbandonò moglie e figli per sposarsi di nuovo. Ma Gui Yuan non aveva mai sognato la vita che si ritrovò a condurre; confessò anni dopo al suo biografo che aveva scelto di stare con Mao per protezione politica. D’un tratto era piombata in un mondo in cui accadevano cose orribili – gente torturata, innocenti condannati a morte – e d’istinto lo rifiutava. Nel 1928 iniziò a desiderare la fuga: non erano passati neanche due anni da quando stava insieme a Mao, e già lo voleva lasciare. Ma non aveva i mezzi per scappare. Quando lasciarono Jingganshan, durante la Lunga Marcia, Gui Yuan restava sempre indietro. Voleva distaccarsi, ma Mao non le dava il permesso di andare: la sua vita sarebbe stata in pericolo senza la sua protezione; inoltre, Gui Yuan conosceva molti segreti del Partito. Quando nel 1995 ho intervistato la migliore amica di Gui Yuan (oggi scomparsa) ai tempi di Jingganshan, mi ha raccontato che piangeva in continuazione . E non piangeva per la disperazione dei tradimenti di Mao, ma perché si rendeva conto di essere finita in un carnaio infernale. Gui Yuan diede a Mao sei figli, alcuni furono dati via, altri abbandonati, altri ancora morivano di parto. Gui Yuan viveva costantemente nel dolore senza poter avere la gioia di una famiglia. Diede luce a una bambina durante la Lunga Marcia. La neonata fu lasciata a una famiglia locale che però non aveva soldi per comprare il latte; e così, la piccola morì poco dopo giorni. Mao abbandonava i figli lungo il suo percorso alla gloria, senza pietà. A volte, per “ironizzare”, prendeva il giro la moglie con una serie di appellativi per descrivere la quantità di pargoli che sfornava. Quando il Generale della compagnia a cui era stata assegnata, andò a trovarla in Russia nel 1980, Gui Yuan mostrava già i segni evidenti della malattia mentale. La prima cosa che gli disse, fu: “dove ho partorito quella bambina?”. Dopo 60 anni, era ancora ossessionata dalla perdita dei figli. Quando il Partito Comunista andò al potere, cercò ripetutamente di ritrovare i figli che aveva abbandonato. Ma non riuscì mai a trovarli. Morì nel 1995. L’unica figlia sopravvissuta è Chiao Chiao, che nacque poco prima l’arrivo a Yenan. Fu affidata a un asilo dove rimase fino all’età di 4 anni. Quando gli altri bambini chiamavano “Mamma, papa” - Chiao Chiao raccontò in seguito a un amico - “Non capivo cosa volessero dire”. Può immaginare in che stato mentale questa bambina sia cresciuta. All’età di 4 anni, Mao la spedì in Russia dalla madre. Chiao Chiao divenne adulta accanto a una madre pazza, ciclicamente ricoverata nelle cliniche psichiatriche, e restò introversa e mentalmente disturbata.
La seconda moglie di Mao, invece, era bellissima. Figlia di Yang Changji (docente di etica presso l’Università di Pechino e uno degli insegnanti preferiti da Mao), era bella, intelligente, e sofisticata quando, a 19 anni, andò in sposa a Mao. Il primo e unico uomo della sua vita. Ho intervistato alcune persone a lei vicine negli ultimi anni della sua vita, a Changsha (sua città natale), e mi hanno raccontato di quanto fosse incantevole, e di quanto amore provasse per Mao nonostante i continui tradimenti; continuò ad amarlo fino alla fine, anche dopo il suo abbandono nel 1928. Rimasta sola con due bambini (Mao Anying e Mao Anqing), scriveva lunghe riflessioni sulla natura del comunismo, sul suo amore per il marito fedifrago: otto intense lettere che nascose sotto la trave della camera da letto, avvolgendole nella carta da parati per proteggerle dall’umidità: furono rinvenute nel 1990 durante alcuni lavori di restauro, quasi intatte, oggi gelosamente custodite dalla famiglia che ha scelto di non diffonderne i passaggi più dolorosi. Quando Mao decise di attaccare Changsha, non fece nulla per proteggere la sua famiglia: avrebbe potuto facilmente immaginare che la moglie sarebbe stata vittima di ritorsioni da parte dei nazionalisti. Dopo l’occupazione di Changsha per mano comunista, il generale Ho-Chien arrestò Yang Kai Hui insieme al figlio An-Ying, il giorno del suo ottavo compleanno, il 24 ottobre 1930. Le fu offerta la libertà in cambio della dichiarazione di pubblico divorzio da Mao. Yang Kai-Hui rifiutò l’offerta e fu giustiziata il 14 novembre. Mao avrebbe potuto salvarla, ma non alzò un dito. Negli anni della sua vecchiaia, più volte rievocò Yang Kai Hui come il vero amore della sua vita.
di Alessandra Spalletta