
di Eugenio Buzzetti
twitter@eastofnowest
Pechino, 18 set. - E' la più grande crisi tra Cina e Giappone degli ultimi anni. La sovranità su un piccolo arcipelago disabitato, le isole Senkaku, secondo il nome giapponese, Diaoyu, secondo i cinesi, è al centro di una disputa territoriale che in pochi giorni ha portato ai ferri corti le diplomazie di entrambi i Paesi. Per tentare di calmare gli animi è intervenuto anche il segretario alla Difesa Usa, Leon Panetta, in visita ieri a Tokyo e oggi a Pechino per ricomporre una crisi potenzialmente capace di "sfociare in un conflitto che potrebbe espandersi". Lo scorso fine settimana ha visto in 72 città cinesi manifestazioni contro i giapponesi che sono sfociate nella violenza. L'ambasciata giapponese a Pechino è bersaglio da diversi giorni dell'ira dei manifestanti che hanno lanciato bottiglie, verdure, ma anche pietre contro i cancelli della sede diplomatica nipponica.
L'escalation è cominicata settimana scorsa. Il 10 settembre il governo giapponese aveva annunciato di avere acquistato tre delle cinque isole che compongono l'arcipelago da una famiglia che ne detiene i diritti di sfruttamento. L'annuncio ha immediatamente scatenato la reazione di Pechino che per bocca del suo vice ministro al Commercio, aveva dichiarato che i rapporti economici e commerciali bilaterali "subiranno un impatto negativo" a causa della decisione di Tokyo. Venerdì scorso, sei navi vedetta cinesi sono entrate nelle acque territoriali delle isole contese, destando l'allarme della Guardia Costiera giapponese che ne ha subito dato notizia. "Faremo tutto il possibile - aveva dichiarato il primo ministro giapponese Yoshihiko Noda - per la vigilanza e la sorveglianza" delle isole.
L'intensificarsi delle proteste in Cina nel fine settimana aveva poi costretto molte aziende giapponesi presenti nel Paese a chiudere gli stabilimenti per proteggere i propri dipendenti. Tra queste, anche i grandi marchi dell'elettronica, come Panasonic, Sony e Canon. Stamattina infine, mentre a Pechino migliaia di manifestanti sfilavano nei pressi dell'ambasciata giapponese gettando bottiglie e lattine verso la sede diplomatica di Tokyo, due cittadini giapponesi sono atterrati sulle isole contese scatenando la reazione immediata del governo cinese, che ha definito il gesto un "grave atto provocatorio". Di fronte alla stampa, il ministro della Difesa cinese, al termine del colloquio con il suo omologo americano, Panetta, ha dichiarato nelle scorse ore di "sperare in una soluzione pacifica" della crisi con il Giappone. Ma l'impasse diplomatico non è ancora chiarito e nessuno dei due Paesi sembra intenzionato a perdere le isole, le cui acque circostanti contengono giacimenti di gas e petrolio.
AgiChina24 ha intervistato Adam Webb, politologo e professore di Scienze Politiche presso l'Hopkins Nanjing Centre dell'Università di Nanchino.
Il governo cinese ha dichiarato oggi di volere raggiungere "una soluzione pacifica" con il Giappone per la sovranità delle isole contese. In che modo possono agire gli Usa in questa crisi?
Gli Stati Uniti e altri attori esterni preferirebbero una soluzione pacifica del conflitto, prima che le tensioni possano avere effetti sull'economia. Questo è un fattore importante anche perché il governo americano ha dichiarato che il trattato di reciproca difesa tra Stati uniti e Giappone copre le isole contese. Sarebbe una situazione davvero difficile se un possibile conflitto costringesse gli Stati Uniti a schierarsi con il Giappone. Concretamente, comunque, c'è poco che gli Stati Uniti possano fare per portare i due Paesi a un accordo, a parte alcuni atti di incoraggiamento. La Cina non accetterebbe mai la mediazione statunitense.
Se non fosse possibile trovare un accordo, la crisi tra Cina e Giappone potrebbe sfociare in un conflitto?
E' improbabile che si possa arrivare a un conflitto vero e proprio. Entrambi i Paesi hanno troppo da perdere. Credo comunque che il regime cinese stia sentendo molto la pressione all'interno, e questo potrebbe portare a un conflitto di breve durata contro il Giappone (o contro altri Paesi che si affacciano sul Mare Cinese Meridionale, con cui esistono altre controversie per questioni di sovranità su altre isole, n.d.r.) come una guerra di distrazione. Il rischio di una tale decisione è che se le cose non dovessero mettersi bene per la Cina, i leader che avessero preso questa decisione pagherebbero a caro prezzo le loro scelte. C'è il precedente dell'Argentina con le Falkland nel 1982.
Entrambi i Paesi dichiarano che la disputa sulle Senkaku/Diaoyu è una questione di sovranità nazionale. Quanto sono importanti queste isole per questi Paesi? E' solo per via dei giacimenti di gas e petrolio che si troverebbero sotto il suolo marino?
Se non ci fossero gas e petrolio ci sarebbe molta meno attenzione sulle isole. La Cina ha ridato vita alla sua più o meno rivendicata sovranità sulle isole negli anni Settanta, solo dopo che i giacimenti di petrolio sono stati scoperti. Naturalmente l'importanza simbolica di ogni territorio, e la profonda ostilità tra i due Paesi, rende la linea dura politicamente conveniente a entrambi.
Le proteste anti-giapponesi di questi giorni hanno raggiunto il punto più alto degli ultimi anni. E' possibile che le autorità possano lasciarsi sfuggire di mano la situazione?
Lo scenario classico prevede che il governo cinese lasci andare le proteste anti-giapponesi per un po' prima di frenarle. Questo probabilmente accadrà ancora. Se la Cina si trovasse in una situazione di recessione, con pressioni sociali che montano, come potrebbe accadere tra uno o due anni, sarebbe una situazione molto più imprevedibile. Un certo tipo di proteste possono facilmente trasformarsi in proteste di altro genere.
(Ha collaborato Alessandra Spalletta)
@Riproduzione riservata