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LA PAROLA ALL'ESPERTO

Politica Internazionale - di Giovanni Andornino

CINA ALLA PROVA DI LEADERSHIP 

CINA ALLA PROVA DI LEADERSHIP 


Torino, 04 mar. - Anche nel caso delle storie apparentemente più conosciute possono esistere imprevedibili coni d’ombra. Prendiamo il dibattito sulla crescente centralità della Cina nella vita politica internazionale. Nelle cancellerie e sulla stampa europee e statunitensi ci si domanda quale sarà la traduzione in chiave politica dell'enorme potere economico che Pechino ha accumulato dall'inizio delle riforme di Deng Xiaoping trent'anni fa, oggi reso tanto più evidente dal deteriorarsi della performance economica dei grandi paesi occidentali. Dopo tutto, nel 1978 la dimensione complessiva del PIL nazionale faceva della Cina un attore comparabile all'Australia, mentre oggi il valore aggregato del mercato finanziario cinese raggiunge quello del Giappone, e Pechino si avvia a surclassare Tokyo in termini di GDP, divenendo la seconda economia al mondo.

Quel che ci si chiede nei corridoi di ambasciate, ministeri e think-tank di tutto il mondo è se, concluso il passaggio da paese emergente a conclamata grande potenza, la Cina sceglierà di essere un "responsible stakeholder" dell'ordine internazionale attuale (secondo il mantra delle relazioni bilaterali USA-RPC sotto Bush jr.), oppure se saprà ingaggiare l'Occidente in una formula di "strategic reassurance" (l'abbozzata parola-chiave della politica cinese di Obama, ancora non meglio precisata). Che l'odierna conformazione della governance internazionale sconti un lampante deficit di aggiornamento rispetto al mutato contesto geopolitico ed economico globale è noto, ma vale la pena sottolineare ancora una volta che, nel caso della percezione cinese, a questa intrinseca erosione di legittimità si somma il fatto che quando quest'ordine fu concepito e realizzato (sul finire della Seconda Guerra Mondiale, tra Bretton Woods e San Francisco), la Cina non esisteva nemmeno. O meglio: esisteva ma, per parafrasare Metternich, era una mera espressione geografica. Una coesa istanza politica poté nuovamente essere espressa da Pechino solo dopo il 1949, con l'instaurazione della Repubblica Popolare Cinese. E' quindi ben comprensibile che, pur con la prudenza che la caratterizza, la Cina ambisca a una revisione dell'ordine internazionale che meglio rappresenti i suoi interessi. La determinata e talvolta ruvida azione diplomatica messa in campo durante il Summit ONU sul clima a Copenhagen lo scorso dicembre ne è la conferma più recente.

La domanda che in pochi però si pongono, è come venga vissuta a Pechino questa improvvisa proiezione della RPC ad un ruolo di attore comprimario negli affari internazionali. La risposta sintetica è: problematicamente. E come potrebbe essere altrimenti? Oggi, avvezzi alla consolidata egemonia statunitense, tendiamo a dimenticare che non fu facile neanche per Washington apprendere come si interpreta il ruolo di grande potenza. Il caso della ritrazione in un velleitario isolamento dopo la fine della Prima Guerra Mondiale è un emblematico: la Società delle Nazioni ne fu minata alle fondamenta e l'ordine monco che derivò dagli accordi di Versailles aprì la strada a una seconda mattanza nel giro di vent'anni.

Se è vero che la Cina è già stata alla testa di un sistema internazionale gerarchico in passato e ha una diretta esperienza con le categorie di impero ed egemonia (sia geopolitica che ideologica, in senso gramsciano), non è possibile fare un parallelo diretto con la situazione attuale. All'epoca il Celeste Impero dominava in un teatro regionale, per lo più delimitato dagli oceani Pacifico e Indiano e dalle catene montuose dell'Himalaya. Fino al momento dell'espansione dell'impero zarista nella metà del XVIII secolo, non esistevano avversari di analoga portata nell'area e gli scambi di beni e idee seguivano i tempi delle tecnologie pre-moderne. Oggi il contesto è mutato radicalmente: il campo di azione è globale, il trasferimento di simboli e contenuti è virtualmente immediato e la Cina si confronta con una pluralità di attori molto più avvezzi all'esercizio di influenza su scala internazionale, a partire da Stati Uniti e paesi europei. Non solo: è la Cina stessa ad essere cambiata. Oggi è una Repubblica Popolare, erede "temperato" di un modello marxista-leninista con un'economia imperniata su formule ibride di corporativismo localista e capitalismo di stato. La sua proiezione culturale è distorta dalla persistenza di una retorica politica che si traduce in una narrativa pubblica omologante, che lascia poco spazio all’autonoma reinterpretazione dell'identità della Cina e dei cinesi. E' anche per questo, oltre che per garantire lo stabile prosieguo della crescita economica interna, che la leadership cinese ha tenuto sinora fede all'indicazione di Deng "tao guang yang hui" (in sintesi, "si mantenga un basso profilo"). Può infatti dirsi che la Cina articoli una visione del mondo, un orizzonte, o almeno un modello di sviluppo?

Nel mondo post-15 settembre, cioè dopo la bancarotta della società di investimenti Lehman Brothers - che ha dato la stura a quella che negli Stati Uniti già chiamano Grande Recessione -, l'opzione del basso profilo per la Cina è venuta meno. Ogni decisione di peso, a partire da quelle volte a tutelare la stabilità dei mercati finanziari e del flussi commerciali, non può prescindere dalla collaborazione di Pechino. In questo mutato contesto non stupisce che nel corso del 2009 il dibattito sull’esistenza o meno di un “modello cinese” abbia tenuto banco nella classe dirigente cinese. Ad oggi non sembra palesarsi una sintesi condivisa: alcuni autori sostengono che non esista un tale modello (la Cina sarebbe un’esperienza macroscopica di stato sviluppista come già Giappone e Corea del Sud in passato), altri che esista ma non sia esportabile, altri ancora che il modello esista ma sia sull’orlo del crollo se non sarà riformato in modo strutturale. E’ questo il pensiero di Yang Yao, Direttore del China Center for Economic Research dell’Università di Pechino: il suo recente contributo “The End of Beijing Consensus”, comparso sull’influente rivista statunitense Foreign Affairs ha suscitato forti reazioni nella RPC. La partita è complessa: questo genere di prese di posizione da parte di un intellettuale “di stato” di simile levatura assume un peso specifico del tutto speciale nel momento in cui la leadership che ha guidato la Cina dal 2002 è in marcia verso un massiccio e delicato ricambio generazionale in occasione del Congresso del Partito Comunista Cinese del 2012.

Il modo in cui la Cina riuscirà a rispondere a questa duplice sfida di leadership – il rinnovamento di quella interna e l’articolazione di una più costruttiva prospettiva internazionale – avrà un ruolo determinante nel definire i lineamenti del mondo che abiteremo nel prossimo futuro.

 

Giovanni Andornino

 

Questo articolo è stato sviluppato in collaborazione con T.Wai.

 

Giovanni Andornino è docente di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino e la Facoltà di Scienze Linguistiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; è Vice Presidente di T.wai, il Torino World Affairs Institute.

Dal 2009 Visiting Professor presso la School of Media and Cross Cultural Communication, Zhejiang University Hangzhou (PRC), Giovanni è Fellow della Transatlantic Academy del German Marshall Fund of the United States per il 2010.

Giovanni è General Editor del portale TheChinaCompanion (www.thechinacompanion.eu), specializzato in politica, relazioni internazionali ed economia politica della Cina contemporanea. Dal 2007 coordina TOChina, l’unità di lavoro sulla Cina attiva presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino (www.to-asia.it/china).

 

La rubrica “La parola all’esperto” ha un aggiornamento settimanale e ospita gli interventi di professionisti ed esperti italiani e cinesi che si alternano proponendo temi di approfondimento nelle varie aree di competenza, dall’economia alla finanza, dal diritto alla politica internazionale, dalla cultura a costume&società. Giovanni Andornino cura per AgiChina24 la rubrica di politica internazionale.

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