Agi China 24

RITAGLI di Emma Lupano

Caso Google

BLOGGER: “UN’ OCCASIONE PERSA?”

BLOGGER: “UN’ OCCASIONE PERSA?”


Milano, 2 apr.- Il 22 marzo il vice presidente e capo dell’ufficio legale di Google David Drummond annuncia al mondo la decisione del motore di ricerca americano di abbandonare la Cina continentale e di trasferirsi a Hong Kong. La notizia esce sulla maggior parte delle testate nazionali il 24 marzo accompagnata, come prevedibile, da una valanga di commenti.
Tra gli editoriali più accesi c’è quello pubblicato dal “Bandao dushibao”, quotidiano in stile tabloid di Qingdao, intitolato “Google lascia la Cina. Quando ci rivedremo, togliti la maschera”. L’articolo è stato immediatamente ripreso da siti e BBS, come quello dello “Huasheng zai xian”, sito del quotidiano provinciale “Hunan Ribao”. Il commento, che appare sul giornale di Qingdao in forma anonima, è invece firmato con il nome Guoguo naozi sullo “Huasheng zai xian”.
«Quando Google ha lasciato la Cina continentale, dentro di me ho pensato: “Finalmente hai levato le tende”», scrive l’autore. «I cinesi non hanno bisogno di un megafono del governo americano che strilli tutto il giorno nelle loro orecchie. Di fronte alle false spiegazioni date da Google [per motivare la chiusura] posso solo dire: vattene dalla Cina una volta per tutte! Cosa ci fai ancora a Hong Kong?».
Le ragioni per cui l’azienda americana non ha lasciato completamente l’area sono, secondo Guoguo naozi, innanzi tutto commerciali. «Sono convinto che Google sia ancora un’azienda e che possa ancora prendere decisioni autonome rispetto al governo americano». Se si vogliono fare affari e non politica, però, «bisogna che ci capiamo su un punto: le libertà democratiche in Cina sono una questione che riguarda i cinesi». Ecco allora il suo consiglio rivolto ai manager statunitensi: «Se Google rimane a Hong Kong con l’intenzione di tornare a mangiare nel mercato cinese, almeno che si tolga la maschera. Così, forse, si potrà tornare a discutere di affari».
Quale sia il vero volto dell’azienda di Mountain View, e perché i cinesi farebbero meglio a non fidarsi, lo spiega un altro editoriale del 24 marzo firmato da Bazhuayu e pubblicato sul “Jiangsu Dushibao”, quotidiano in stile tabloid della provincia meridionale del Jiangsu.
«Google è il quarto maggiore sponsor della campagna di Obama e oggi già quattro senior manager di Google lavorano per il governo americano, addirittura nel settore della Difesa. […] La politicizzazione di un marchio commerciale globale e il suo stretto collegamento con le istituzioni che si occupano della sicurezza nazionale Usa è inaccettabile per gli altri stati sovrani, anche se non hanno alcun dato sensibile da nascondere». Per Bazhuayu, «è più che lecito chiedersi: se Google è così vicino alla Casa Bianca, le informazioni che trasmette non provengono forse, in realtà, dal governo americano?».
Nonostante i tanti commenti anti-Google, sulla stampa cinese hanno trovato spazio anche editoriali che si domandavano se la chiusura del motore di ricerca sia davvero una buona notizia. Tra i più tempestivi è stato il commento firmato dal blogger Wuyue Sanren, intitolato “Arrivederci, Google” e pubblicato sul sito del “Jingji Guancha bao” (Economic Observer) il 23 marzo.
«Il “caso Google”, durato vari mesi, è giunto al finale che gli internauti che usavano il motore di ricerca come principale fonte di informazioni online non volevano vedere». Le ragioni per cui l’azienda ha deciso di lasciare la Cina, dice il blogger in torno ironico, «sono molto strane. Queste persone pensano che le informazioni debbano circolare liberamente e che, a parte alcune ragionevoli restrizioni, tutto debba essere accessibile attraverso un motore di ricerca e messo a disposizione di chi desidera raggiungere quelle informazioni. Non potendo offrire un servizio completo,  Google ha preferito spostare il suo business altrove».
Purtroppo, sottolinea Wuyue Sanren, chi ci rimetterà saranno i cinesi. «Internet ha ridotto infinitamente tempi e costi per la ricerca di informazioni, anche grazie ai servizi offerti dai motori di ricerca. Poiché esistono tanti tipi di motori, le informazioni sono diventate più diversificate. Anche Google ha contribuito».
Infatti, se «nell’era dei giornali, della televisione e della radio potevi leggere o guardare solo quello che veniva selezionato dai redattori o dalle persone dotate del potere di approvare le informazioni», ora invece, nell'era di internet, «puoi trovare tutte le notizie che ti interessano dentro la Rete». Questa «rivoluzione dell’informazione», dice il blogger, «ha moltiplicato le fonti del nostro sapere. Metterci al di fuori di questo flusso, a causa dell'uscita dalla Cina del motore di ricerca più avanzato al mondo, significa perdere non soltanto un'azienda, ma, ancora una volta, la possibilità di sincronizzarci con il resto del globo».
Un’occasione sfumata, per Wuyue Sanren. Di nuovo. «Ogni volta che ci siamo trovati a un incrocio dove si poteva imboccare la strada per cambiare il destino del nostro Paese abbiamo fatto scelte che si sono dimostrate storicamente errate. Non siamo ancora in tempo per tornare sui nostri passi, questa volta?».

 

di Emma Lupano
 
Emma Lupano
, sinologa e giornalista, cura per AgiChina24 una rassegna stampa bisettimanale volta a cogliere pareri autorevoli di opinionisti cinesi in merito a temi che si ritengono di particolare interesse per i nostri lettori

 

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