Agi China 24

RITAGLI di Emma Lupano

Soft Power

INTERVISTA A LI XIGUANG

INTERVISTA A LI XIGUANG


Milano, 16 apr.- Sono il traino dell’economia mondiale, pesano sempre di più nei consessi politici internazionali e sono sempre più competitivi anche in ambito militare e scientifico-tecnologico. Cosa manca allora ai cinesi per diventare la potenza mondiale del XXI secolo? Gli occidentali se lo chiedono con una certa dose di sgomento. A Pechino, invece, con malcelata frustrazione. La scorsa settimana, a Londra, accademici e ricercatori cinesi e occidentali si sono incontrati per discuterne al convegno “China’s soft power”, organizzato dalla Westminster University. Tra i tanti interventi, il più importante è stato quello di Li Xiguang, ospite speciale del convegno, giornalista, accademico e direttore del Centro per gli studi sulla comunicazione internazionale della prestigiosa Università Qinghua di Pechino: una voce particolarmente influente nelle alte sfere della leadership cinese.


Professor Li, chi domina il mondo e come?


Guardiamo innanzi tutto al passato. Nel corso dei secoli, diversi Paesi sono stati dominanti in diversi momenti storici. Nel XVII secolo era l’Olanda il Paese più potente, grazie alla sua supremazia marittima e commerciale. Nel XVIII secolo lo era la Francia, con il suo potere militare e i suoi valori illuminati. Il XIX secolo è stato il turno della Gran Bretagna, centro propulsore della rivoluzione industriale. Gli Usa, invece, hanno dominato il XX secolo in virtù del loro primato economico, militare e scientifico-tecnologico, ma anche della loro capacità di dettare le regole del sistema internazionale e di influenzare il mondo tramite i propri media. Nel XXI secolo, la Cina ha già battuto il primato statunitense nei settori economico ed energetico, eppure la supremazia è ancora ferma a Washington. Perché?


Ce lo dica lei.


Il fatto è che gli Stati Uniti sono egemoni nella sfera ideologica: gli Usa dominano i settori dell’educazione, dei media e di internet a livello globale. E’ la prima volta che il potere mondiale non dipende strettamente dalla prosperità economica, ma piuttosto dal controllo del soft power. La crescita cinese, che è oggettivamente straordinaria e unica nella storia mondiale, non ha aiutato il soft power cinese a rafforzarsi. Se così fosse stato, la Cina non si sarebbe trovata isolata durante la rivolta in Tibet, o dopo il caso Google. Prima il potere economico portava potere culturale: l’Olanda divenne influente grazie alla sua forza commerciale. Ma con gli Usa le cose sono cambiate. Washington è ammirata dalla gente per i valori universali di cui è portatrice. Il suo declino economico non basta a erodere il suo potere di attrazione culturale e ideologica. Così, gli Stati Uniti riescono ancora a dettare l’agenda politica internazionale perché sono capaci di assimilare gli altri Paesi al proprio credo. E’ come se li portassero ad abbandonare i propri interessi per assumere quelli americani.


Cos’è il soft power?


Graficamente, potremmo rappresentare hard power e soft power come gli estremi di una linea. Da una parte sta il potere il potere “duro”, che definirei come il potere di essere temuti: potere militare, potere economico, potere di conquistare territori stranieri. Dall’altra parte sta il potere “morbido”, il potere di essere amati: la capacità di assimilare altri popoli alle proprie idee, ai valori che si rappresentano, all’ideologia di cui si è portatori. Il potere “duro” compete quindi nella sfera militare ed economica, conquista territori e mercati. Il soft power compete nel mondo dell’informazione e dell’ideologia. E’ la capacità di raccontare storie. Chi sa esercitare meglio il soft power conquista il terreno dell’ideologia.


Che legame c’è tra caso Google e soft power?


Il soft power americano domina il mondo di internet: le notizie, i valori e i concetti politici Usa vengono riversati in tutto il mondo attraverso la rete. Se la Cina aprisse completamente internet, darebbe ancora più forza al soft power americano. L’invasione dei valori Usa inonderebbe la Cina e metterebbe in crisi la stabilità interna. La scelta di Google di abbandonare la Cina, comunque, è nata innanzi tutto da un insuccesso economico. L’investimento non era più giustificato dagli scarsi introiti. 


Cosa deve fare la Cina per dominare anche nella sfera del soft power?


Deve battere gli Usa nel controllo della comunicazione su internet (e dei media in generale) imparando a raccontare le “proprie” storie. Deve diffondere le proprie notizie raggiungendo il pubblico straniero tramite una rete di media dotati di credibilità. Deve pubblicizzare e spiegare meglio i propri valori e le proprie politiche di governo. E deve diffondere la propria cultura. Tuttavia, la Cina riuscirà a esercitare davvero il soft power solo quando avrà innovato il proprio sistema di valori politici. Dobbiamo trovare un modello migliore della democrazia di matrice americana, altrimenti il nostro soft power sarà sempre inferiore a quello Usa. Purtroppo, Hu Jintao parla di innovare il sistema di valori cinese, ma non di innovazione politica. Fino a che la Cina non avrà un sistema politico migliore di quello americano da proporre al mondo, la sua capacità di attrazione culturale sarà sempre inferiore.


Sta dicendo che la Cina deve mettere in discussione il partito comunista?


Per poter esercitare il soft power, per attrarre i cinesi e gli stranieri, il partito comunista ha bisogno di legittimità. Negli ultimi 30 anni, il Pcc ha costruito la propria legittimità interna sul successo economico. All’estero, invece, si parla di Cina quasi solo in termini negativi, citando le rivolte in Tibet e nel Xinjiang. Qualcuno sostiene che il passaggio a un modello democratico porterebbe un aumento di popolarità del governo cinese sia all’interno che all’estero. Ma molti cinesi guardano con sospetto al multipartitismo, ritenendolo uno spreco di risorse e di tempo. Jiang Zemin [ex segretario del Pcc, ndr] parla di un modello politico diverso, basato sul rule by law, di cui la Cina potrebbe diventare portatrice. Io credo che il partito comunista, se vuole continuare a esercitare il potere nel Paese, deve cambiare e rappresentare un maggior numero di persone. Forse la via da seguire è quella delle “tre rappresentatività” di Jiang Zemin [“san ge daibiao”: rappresentare  le forze culturali più avanzate, le forze produttive più avanzate e l’interesse della maggioranza].

di Emma Lupano


 
Emma Lupano
, sinologa e giornalista, cura per AgiChina24 una rassegna stampa bisettimanale volta a cogliere pareri autorevoli di opinionisti cinesi in merito a temi che si ritengono di particolare interesse per i nostri lettori

 

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